Pubblicato in: Mar, Gen 6th, 2015

A colloquio con l’Arcivescovo D’Ambrosio/Passione per Cristo, Amore per la Chiesa

“Continuo a svolgere il mio compito con grande entusiasmo”. Guardo al futuro e vedo comunione”. 

DSC

Eccellenza, come reagì alla notizia della sua elezione a Vescovo di Termoli?

Sembrava che mi fosse caduto il mondo addosso. Venni assalito da una paura incredibile, poi, col digiuno e la preghiera mi preparai all’Ordinazione Episcopale e il Signore si manifestò nel mio cuore: rischiarò le tenebre momentanee facendo splendere la sua luce.

Come visse il tempo del “segreto pontificio”?

Le prime settimane, quelle del “segreto”, sono state un tormento indicibile, poi, la grazia del Signore ha cambiato tutto: ed accolsi con spirito giusto il grande dono ricevuto da San Giovanni Paolo II. La celebrazione della consacrazione episcopale presieduta da un Papa, oggi proclamato santo, fu un momento di grande commozione spirituale. Quanti pensieri e quante emozioni ancora oggi anche solo nel rievocare il momento in cui sentii che ero divenuto vescovo della Santa Chiesa di Dio…

05

Quanti vescovi furono ordinati quel 6 gennaio del 1990?

Fummo in undici quella mattina nella Basilica di San Pietro, più o meno di tutti e cinque i continen­ti. Oggi, in vita ne siamo rimasti cinque o sei. Il giorno seguente ci fu l’udienza privata del Papa riservata ad un gruppo di sacerdoti di Manfredonia e ai miei familiari. Come dimenticare la tene­rezza di Giovanni Paolo II nei confronti di mia madre che, faticando a camminare, vide il Papa stesso avvicinarsi ed esprimerle con un bacio sulla fronte il ringraziamento del dono di un figlio alla Chiesa?

Come visse il passaggio dalla guida di una parrocchia alla diocesi?

Sin da subito, rispetto a quando ero parroco, ho avvertito la mancanza del coinvolgimento diretto nell’organizzazione della vita pastorale locale e l’attenuazione dell contatto con tutte le realtà che costituiscono la ricchezza di ogni comunità parrocchiale: la catechesi, i sacramenti, i lun­ghi ed “interminabili” incontri dei consigli pastorali e, in special modo, il contatto con il mondo della sofferenza. Devo dire che da vescovo non mi sono mai risparmiato, eppu­re è come se non facessi abbastanza. Forse quest’azione diretta ora tende a dileguarsi, in quanto il vescovo deve programmare, or­ganizzare, curare una comunità molto più grande e complessa. Comunque, oltre tale anello di rapporto parrocchiale che di certo arricchisce la vita di un sacerdote, ho svilup­pato il contatto più frequente ed immediato con i sacerdoti. E ancora oggi vado spesso a trovare i sacerdoti ammalati. Era, però, il contatto che da parroco vivevo con gli am­malati uno dei miei principali “sfoghi”…

10

Ci spiega meglio?

Quando da sacerdote avevo qualche pro­blema o ero particolarmente agitavo, tendevo a “sfogarmi” suonando l’orga­no oppure andando a trovare gli ammalati. Erano queste le due panacee che mi conce­devo. Il sacerdote è per così dire “mangiato dalla comunità”, il vescovo (sorride D’Am­brosio ndr) al contrario, tante volte potrebbe risultare lontano. Tuttavia, al di degli incon­tri diretti, rimane il grande compito della preghiera, unitamente all’alta responsabili­tà di guidare tante persone nel pregare. Ciò mi coinvolge molto e mi impegna nel ruolo di colui che “raccoglie e presenta”. Sì, que­sta è una delle ricchezze dell’episcopato, il ministero dell’intercessione e anche il desi­derio di un rapporto più intimo e più prolun­gato con il Signore.

Eccellenza, ci parla dei vescovi del suo sacerdozio?

Il primo è stato l’arcivescovo Andrea Ce­sarano, che mi ha accolto in seminario da ragazzetto e mi ha ordinato sacerdote. Da prete, era stato segretario del vescovo di Amalfi, che seguì nella Delegazione Aposto­lica di Costantinopoli per diciassette anni. Riuscì pure a stabilire un bel rapporto con mons. Angelo Giuseppe Roncalli (il futuro Giovanni XXIII, ndr), tra i due si instau­rò un forte legame di amicizia, mai sciolto. Tanto che per anni intrattennero un contatto epistolare continuato anche quando mons. Cesarano divenne vescovo di Manfredonia. Questi giunse in Diocesi dopo un “uraga­no” dovuto sia alla presenza di Padre Pio sia all’allontanamento di un vescovo pre­cedente. Fu una bella guida pastorale per circa 40 anni.

D'AMBROSIO

Che tipo di pastore è stato Cesarano? Quali furono i suoi obiettivi pastorali?

Cercò di portare la cultura a livello di tutti, promuovendo l’istituzione di scuole, realizzando un liceo-ginnasio arcivescovile; chiamò le Suore Discepole di Gesù Eucaristico affinché aprissero un istituto magistrale. E poi, durante la guerra, fu davvero il “buon samaritano” di tutta la popolazione soprattutto di Manfredonia che, per via del porto era esposta a tanti rischi. Non esitò neppure a offrire la propria vita per salvare undici pescatori, anche se poi non fu più neces­sario quell’estremo sacrificio e tutti ebbero salva la vita. Di fatto ha ritessuto il filo della diocesi, che ormai era sfilacciato, donandole un volto. Durante gli ultimi anni di vita, già anziano, visse il Concilio con fatica, non riuscì assolutamente ad entrare nella nuova dimensione. Già avanti con l’età, il primo a dover lasciare la Diocesi per effetto della norma “dei 75 anni”. Ne aveva in­fatti già 85 il giorno della mia ordinazione, pur risultando molto giovanile e vivace. Lasciò defi­nitivamente a 87 anni. Noi preti giovani ricordo che “mordevamo il freno” in quanto il Concilio nella diocesi tardava a decollare pastoralmente.

Poi dal Piemonte arrivò mons. Vailati.

Mons. Valentino Vailati svolse il suo episco­pato per 20 anni, dal 1970 al 1990, e con lui finalmente la diocesi entrò nel Concilio. Furono predisposte sapientemente varie strutture organizzate e furono privilegiate le parrocchie secondo specifiche indicazioni del vescovo. Con­vocò il primo Sinodo diocesano dove potemmo scoprire una Chiesa viva anche nel laicato. È sta­to il vescovo del mio sacerdozio, mi ha per così dire “sopportato”: sono stato un prete che ha amato il Concilio e avevo tanta voglia di rinno­vamento. Personalmente gli devo molto, poiché, senza alcun dubbio mi ha anche “preparato” all’episcopato. Ancora oggi, in molte cose, ho la mente proiettata al suo esempio e penso a lui come ad un “maestro”, caratterialmente erava­mo agli antipodi, però riconosco che mi ha inse­gnato tanto. Pur essendo originario di Tortona, in Piemonte, amò a fondo il Sud, tanto che, una volta dimessosi per motivi di età, non volle rien­trare nella sua terra natìa, rimase a Manfredonia con tutta la discrezione di cui era abitualmente capace. Stimato da tutti ha saputo dare il più bel volto di Chiesa alla mia diocesi d’origine.

39

E dei Papi che ha conosciuto cosa vuol dirci?

Paolo VI è stato il Pontefice del mio sacerdo­zio, oltre che il Papa del Concilio che per me ha significato molto ed ha plasmato la mia figura di prete. Sono grato al Concilio come ai miei educatori, soprattutto ai Gesuiti che, negli anni della teologia, mi hanno guidato attraverso gli studi nella Facoltà di San Luigi a Posillipo ed hanno formato un po’ lo stile dell’essere pre­te. Segnandomi a fondo anche dal punto di vista culturale.

Dopo Paolo VI, il Papa polacco e Papa Ratzinger…

Ho incontrato Giovanni Paolo II tantissime volte. Egli è stato per me un punto di riferi­mento che ha conferito anche bellezza al mio episcopato. Non posso dimenticare il suo magi­stero e le attenzioni che solo egli sapeva riser­vare, e poi quel ricordarsi tutto, quel suo atteg­giamento da pastore che riusciva ad arricchire tanto. Benedetto XVI, invece, era il Papa che faceva parlare la Parola, un santo pastore, che ben tre volte mi ha ringraziato per aver obbedito quando mi ha chiesto di venire a Lecce e che spe­ro di poter ancora incontrare.

32

Infine Papa Francesco.

Papa Francesco rappresenta un continuo esa­me di coscienza sul mio modo di essere Ve­scovo. Attraverso il suo stile, le sue parole, le sue provocazioni mi pone tantissimi interrogativi in quanto non può lasciare indifferenti o, peggio, insensibili, quella sua capacità di impegnarti a stare con, ad uscire fuori da te stesso, dalle tue comodità, dai tuoi luoghi… Tuttavia, non siamo abituati al cosiddetto “ministero della strada” che egli giorno per giorno tenta di insegnare nella Chiesa. Spero di poter incontrare anch’egli quanto prima, soprattutto alla luce della lunga lettera che mi ha indirizzato. È il Papa che in fondo non ti dà tregua, è un “uragano” che ine­vitabilmente lascia dei segni, stimola grossi in­terrogativi anche se ho timore che non siamo an­cora pronti per accogliere a pieno le sue “sfide”. Spesso ci mettiamo sulla difensiva per non essere giudicati ma forse è anche opportuno che tale giudizio in un uomo di fede susciti l’impegno a rivedere la propria vita, il proprio atteggiamento, le scelte personali e quindi il modo di essere pa­store. È un dono di Dio anche se, a volte, i calcoli umani vorrebbero scartare tutta la potenza della grazia che attraverso il suo ministero certamente è donata alla Chiesa e agli uomini.

Pages: 1 2

Lascia un commento

XHTML: You can use these html tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

 

Gli articoli più letti