Accogliere e Integrarsi a Lecce
In che modo?
Si è assistito ad un cambiamento, nel corso degli ultimi vent’anni, nel modo di percepire la migrazione e lo straniero: da una iniziale accoglienza e sincera solidarietà si è giunti a forme di pregiudizio e avversione nei confronti di intere identità etniche e popolazioni di stranieri in Italia. Prima il “periodo” degli albanesi ritenuti autori, soprattutto nel Nord Italia, di nefandezze criminose, poi il periodo dei rumeni che hanno superato i primi nella scala negativa valoriale e nella considerazione del carattere di popolo.
In questo modo è scattato un meccanismo che forse ha voluto far dimenticare agli stessi italiani la realtà percepita dalle popolazioni che hanno a loro volta subito la migrazione italiana nel secolo scorso; un atteggiamento inconsapevole che forse è alla base di fenomeni di panico sociale manifestato lo scorso anno dinanzi al flusso migratorio che proveniva dal Nord Africa e dalla Libia: pensare che vent’anni prima l’Italia non avesse avuto paura di più di 20.000 disperati albanesi approdati nel Salento e in Puglia in una sola settimana e che invece fosse stata paralizzata dalla paura e dal terrore che i 24000 migranti dell’emergenza Nord Africa hanno generato in tutto il Paese, sembrava di percepire chiaro il terrore di una specie di “serpentone di neri” che potesse risalire l’Italia, e da lì il via a manifestazioni di propaganda e facile strumentalizzazione come le ronde, rivelatesi del tutto inutili.
In vent’anni cosa è cambiato sotto il profilo della gestione dei cessi di integrazione soprattutto per gli immigrati?
Direi piuttosto che sono rimasti tristemente immutati i CIE e i CARA, oggetto di riflessione critica anche da parte del Card. Bagnasco; in meglio aggiungerei il cambiamento, circa quattro anni fa, delle norme che riguardano il soggiorno dei rifugiati politici, ai quali venivano estesi diritti fondamentali come quello di poter lavorare e provvedere in un certo qual modo al proprio sostentamento.
Un fatto su tutti?
Senza andare troppo lontani nel tempo e nei luoghi, durante l’emergenza Nord Africa dello scorso anno, nonostante l’esperienza positiva e utile della costituzione della “cabina di regia”, gran parte delle risorse – anche in Puglia – furono gestite attraverso un meccanismo improprio che conferiva agli stessi Enti di Tutela – deputati a fornire i servizi essenziali e l’assistenza legale ai migranti e ai rifugiati – provvigioni per via indiretta, dopo il pagamento delle fatture degli albergatori che partecipavano al programma.
Di fatto quel meccanismo improprio ha rappresentato una certezza di entrate per il bilancio aziendale di strutture alberghiere che evidenziavano sofferenze, o addirittura, come in un caso che ha penalizzato la stessa Integra ONLUS che non si è vista riconoscere alcuna provvigione, di essere utilizzati nell’ambito di un procedimento di fallimento che riguardava una struttura forse troppo precipitosamente coinvolta nel programma di assistenza. Forse nel Bel Paese anche questa può essere considerata una particolare forma di integrazione?















