Pubblicato in: Dom, Gen 20th, 2013

Antonio Fullone: Un Carcere a misura d’uomo/Celle “aperte” a Borgo San Nicola

“Si sta già lavorando per dar vita ad un modello di detenzione che metta al centro i detenuti, rivolgendo loro maggiore attenzione”. Con queste parole, il dott. Antonio Fullone, direttore della Casa Circondariale Borgo San Nicola evidenzia un cambio di sensibilità rispetto ad una detenzione chiusa che, sin dagli anni ‘90, identifica il sistema carcerario italiano.

In quel particolare momento storico, in cui a farla da padrona era la criminalità organizzata, l’esigenza di maggiore sicurezza pubblica ha portato al collasso un intero apparato che, oggi, non si riconosce più quale fautore di una pena rieducativa.

Prima ancora che la Corte dei Diritti Umani ammonisse l’Italia a rendere più vivibili le carceri italiane, l’Amministrazione dell’istituto leccese aveva già, autonomamente, inserito tra gli obiettivi programmatici del nuovo anno interventi che, se attuati, costituiranno per Borgo San Nicola una vera e propria rivoluzione. Si tratta di una detenzione meno rigida a misura d’uomo e non di detenuto.

Nello scorso numero L’Ora del Salento ha pubblicato un’intervista a don Alessandro D’Elia, da marzo cappellano di Borgo San Nicola. A suo parere, quale peso ha la figura del cappellano all’interno del carcere?
Il cappellano rientra tra le figure tradizionali di un qualsiasi contesto carcerario; da sempre è parte integrante
e insostituibile dell’organico penitenziario. Per quanto mi riguarda, rimane una figura centrale perché tra queste mura ancor prima della sofferenza fisica – legata alla restrizione degli spazi – c’è quella morale e in questo il cappellano è decisamente tra i medici più attrezzati nell’esercitare le cure. Allo stesso modo, importante è il suo ruolo per quel che concerne l’aspetto propriamente religioso. Qui dentro, i contatti che i detenuti hanno con la propria sfera religiosa vengono costantemente sollecitati, perché sono luoghi in cui il tempo non manca, sono luoghi di ripensamento in cui le coscienze vengono molto spesso chiamate in causa.

Attraverso il cappellano, dunque, è forte la presenza della Chiesa all’interno del carcere. Indubbiamente, però, anche al di fuori di quelle mura la Chiesa di Lecce si dimostra solidale e costantemente attenta alle vicende che riguardano i detenuti. In particolar modo, Mons. D’Ambrosio, sin dal suo insediamento, non perde occasione per manifestare la concreta vicinanza al mondo carcerario.

L’attuale Vescovo è molto apprezzato all’interno dell’istituto, non solo dai detenuti ma anche dal personale. La vicinanza che sovente manifesta nei confronti della comunità penitenziaria è specchio di un’attenzione indubbiamente differente da quella che ha contraddistinto il recente passato. Ritengo, infatti, che fino a qualche anno fa si viveva una maggiore frammentazione all’interno del carcere; con questo non intendo parlare di contrapposizione, ma sicuramente di divisione, di una sorta di dualità tra il personale e i detenuti.

Ora – complice una situazione di difficoltà ed emergenza a livello generale – questa lontananza sembra essersi colmata. L’approccio che S.E. ha verso il carcere non è monotematico riferito esclusivamente ai reclusi che, comunque sono il soggetto privilegiato delle sue attenzioni perché maggiormente sofferenti, ma abbraccia il “mondo” penitenziario… aspetto, questo, imprescindibile per accostarsi al carcere e per tentare di incidere positivamente su di esso.

Oltretutto, non lascia indifferenti lo stile di mons. D’Ambrosio: quel garbo, quella prudenza, quella tutela che non è distanza ma comprensione della complessità del mondo del carcere. E questo è molto importante, perché, se non si comprende la complessità del carcere, si rischia di avere una visione completamente distorta.

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