Batte Leccese il Cuore dell’Africa
In che modo si occupa ancora di loro?
Lavoro in ambulatorio, riesco ancora a fare le iniezioni, le medicazioni e tutte le piccole cose di cui possono avere bisogno.
Si è mai pentita della sua scelta?
No mai! Posso ritenermi fortunata perché il Signore e la Madonna mi hanno sempre aiutata.
Dunque è bello essere suora?
Solo chi è partita veramente di sua spontanea volontà può dire quanto sia bello. Mi sono sentita realizzata nella vita soprattutto mentre ero vicina ai sofferenti, con loro riuscivo a sentirmi utile! Mi è sempre piaciuto quel che facevo, sono soddisfatta della mia vita!
Lei ha fondato il lebbrosario di Santa Croce a Soalala, comune rurale del Madagascar occidentale, vero? Ritiene che il perdurare dell’esistenza della lebbra sia un ingiustizia se consideriamo che grazie alle attuali conoscenze e al benessere del mondo evoluto avrebbe già dovuto essere debellata?
Si purtroppo lo è. È un ingiustizia! Ma il benessere economico dei paesi ricchi non è l’unico colpevole della persistenza della lebbra. Il vero problema non è costituito dalla scarsità delle risorse necessarie per la cura di un malato; anzi, le cure funzionano bene, molti guariscono e riusciamo ad ottenere buonissimi risultati; emblematica invece è la drammatica situazione igienico-sanitaria in cui questi individui versano;tale condizione accelera il contagio, vero dramma di questi popoli. Dovete sapere che la lebbra ha un lunghissimo periodo d’incubazione e questo fa sì, considerate le cattive condizioni igieniche,che alla guarigione di uno segua il contagio di centinaia di persone.
Suor Carmelina, in tutti questi anni, esattamente trentadue, passati a lottare contro i mali del corpo e dello spirito, ricorda un evento, una storia, una frase, insomma un qualcosa che vive ancora nel suo cuore?
Si, ce ne sono tantissimi. Però uno in particolare è riuscito contemporaneamente a toccarmi e scioccarmi. C’era un uomo di circa trentadue anni, uno stregone; questo poveretto proprio tentando di curare la sua gente con erbe e vari intrugli finì egli stesso per ammalarsi; arrivò da noi talmente sfigurato che non riuscivamo più a capire se avessimo davanti un uomo o una donna; restò con noi al lebbrosario per due anni e mezzo alla fine dei quali riuscimmo a recuperarlo sia corporalmente sia spiritualmente; era mutilato, cieco; gli insegnammo addirittura a camminare come si fa con un bambino perché aveva perso l’uso delle gambe.
Forse fu a causa della nostra propensione disinteressata nei suoi confronti e verso la sua sofferenza che ci chiese di essere battezzato, di divenire cristiano; lui stesso a passi incerti salì fin sull’altare per bruciare tutti quegli oggetti che lo legavano al suo passato da stregone; fece la prima comunione e in tutti i modi possibili non finiva mai di esprimere la sua gratitudine nei nostri confronti. Spesso quando vedeva me e le mie consorelle diceva: “ecco le mie mamme! Coloro che mi hanno tirato fuori dal letame! Questo ragazzo, quando venne da noi, era veramente irriconoscibile; per me lui è stato veramente un morto risuscitato; in seguito mi ha rattristata sapere che fosse tornato alla sua vita da stregone anche se mi rallegrava la sua guarigione e il suo impegno nei confronti di altri lebbrosi.
Dal punto di vista della solidarietà e grazie all’assistenza sanitaria, quali sono stati i progressi raggiunti nella cura dei lebbrosi in tutti gli anni del suo servizio in Madagascar?
Il nostro principale interesse, oltre alla guarigione fisica, consisteva nell’aiutare questi malati a guarire nell’anima: non volevamo che essi si considerassero morti viventi! Perciò oltre a curarli li insegnavamo a svolgere un lavoro, a coltivare la terra per i loro fabbisogni e a vendere i prodotti per le loro necessità, affinché potessero ancora sentirsi utili, necessari per le proprie famiglie.
Qual era l’atteggiamento delle famiglie nei confronti dei loro malati?
Le famiglie tendevano a rifiutare il malato ad emarginarlo; e noi cercavamo di impegnarci proprio affinché ciò non avvenisse; infatti cercavamo di far comprendere alle mogli che non avrebbero dovuto rinnegare i mariti, ai bambini che dovevano smettere di credere di non avere più un padre solo perché malato.
Cosa mi dice dell’ospedale?
Il centro sanitario ormai funziona da più di quindici anni; almeno due volte all’anno medici volontari italiani si recano in Madagascar durante le ferie;in realtà non vanno in vacanza ma operano insieme ai medici locali, li coadiuvano per quel che è necessario.
Che reparti ci sono in questo ospedale?
Io realizzai la sala operatoria con un reparto di chirurgia per uomini, donne e bambini e un piccolo laboratorio; adesso alcuni di questi reparti sono stati ingranditi anche se sinceramente conosco ben poco del loro attuale funzionamento poiché io stessa da un po’ di anni non offro lì il mio servizio. Comunque so per certo che funziona ancora, soprattutto grazie ai numerosi aiuti che partono dall’Italia. Vi ringrazio.
A cura di Marta Ricchiuto















