Pubblicato in: Ven, Ott 25th, 2013

Batte Leccese il Cuore dell’Africa

In che modo si occupa ancora di loro?

Lavoro in ambulatorio, riesco ancora a fare le iniezioni, le medicazioni e tutte le piccole cose di cui possono avere bisogno.

Si è mai pentita della sua scelta?

No mai! Posso ritenermi fortunata perché il Signore e la Madonna mi han­no sempre aiutata.

Dunque è bello essere suora?

Solo chi è partita veramente di sua spontanea volontà può dire quanto sia bello. Mi sono sentita realizzata nella vita soprattutto mentre ero vicina ai sof­ferenti, con loro riuscivo a sentirmi utile! Mi è sempre piaciuto quel che facevo, sono soddisfatta della mia vita!

Lei ha fondato il lebbrosario di Santa Croce a Soalala, comune rurale del Madagascar occidentale, vero? Ritiene che il perdurare dell’esistenza della lebbra sia un ingiustizia se consideriamo che grazie alle attuali conoscenze e al benessere del mondo evoluto avrebbe già dovuto essere debellata?

Si purtroppo lo è. È un ingiustizia! Ma il benessere economico dei paesi ricchi non è l’unico colpevole della persistenza della lebbra. Il vero problema non è costituito dalla scarsità delle risorse necessarie per la cura di un ma­lato; anzi, le cure funzionano bene, molti guariscono e riusciamo ad ottenere buonissimi risultati; emblematica invece è la drammatica situazione igienico-sanitaria in cui questi individui versano;tale condizione accelera il contagio, vero dramma di questi popoli. Dovete sapere che la lebbra ha un lunghis­simo periodo d’incubazione e questo fa sì, considerate le cattive condizioni igieniche,che alla guarigione di uno segua il contagio di centinaia di persone.

Suor Carmelina, in tutti questi anni, esattamente trentadue, passa­ti a lottare contro i mali del corpo e dello spirito, ricorda un evento, una storia, una frase, insomma un qualcosa che vive ancora nel suo cuore?

Si, ce ne sono tantissimi. Però uno in particolare è riuscito contemporane­amente a toccarmi e scioccarmi. C’era un uomo di circa trentadue anni, uno stregone; questo poveretto proprio tentando di curare la sua gente con erbe e vari intrugli finì egli stesso per ammalarsi; arrivò da noi talmente sfigurato che non riuscivamo più a capire se avessimo davanti un uomo o una donna; restò con noi al lebbrosario per due anni e mezzo alla fine dei quali riuscim­mo a recuperarlo sia corporalmente sia spiritualmente; era mutilato, cieco; gli insegnammo addirittura a camminare come si fa con un bambino perché aveva perso l’uso delle gambe.

Forse fu a causa della nostra propensione di­sinteressata nei suoi confronti e verso la sua sofferenza che ci chiese di essere battezzato, di divenire cristiano; lui stesso a passi incerti salì fin sull’altare per bruciare tutti quegli oggetti che lo legavano al suo passato da stregone; fece la prima comunione e in tutti i modi possibili non finiva mai di esprimere la sua gratitudine nei nostri confronti. Spesso quando vedeva me e le mie consorelle diceva: “ecco le mie mamme! Coloro che mi hanno tirato fuori dal letame! Questo ragazzo, quando venne da noi, era veramente irriconoscibile; per me lui è stato veramente un morto risuscitato; in seguito mi ha rattristata sapere che fosse tornato alla sua vita da stregone anche se mi rallegrava la sua gua­rigione e il suo impegno nei confronti di altri lebbrosi.

Dal punto di vista della solidarietà e grazie all’assistenza sanitaria, quali sono stati i progressi raggiunti nella cura dei lebbrosi in tutti gli anni del suo servizio in Madagascar?

Il nostro principale interesse, oltre alla guarigione fisica, consisteva nell’a­iutare questi malati a guarire nell’anima: non volevamo che essi si consideras­sero morti viventi! Perciò oltre a curarli li insegnavamo a svolgere un lavoro, a coltivare la terra per i loro fabbisogni e a vendere i prodotti per le loro neces­sità, affinché potessero ancora sentirsi utili, necessari per le proprie famiglie.

Qual era l’atteggiamento delle famiglie nei confronti dei loro malati?

Le famiglie tendevano a rifiutare il malato ad emarginarlo; e noi cercava­mo di impegnarci proprio affinché ciò non avvenisse; infatti cercavamo di far comprendere alle mogli che non avrebbero dovuto rinnegare i mariti, ai bam­bini che dovevano smettere di credere di non avere più un padre solo perché malato.

Cosa mi dice dell’ospedale?

Il centro sanitario ormai funziona da più di quindici anni; almeno due volte all’anno medici volontari italiani si recano in Madagascar durante le ferie;in realtà non vanno in vacanza ma operano insieme ai medici locali, li coadiuva­no per quel che è necessario.

Che reparti ci sono in questo ospedale?

Io realizzai la sala operatoria con un reparto di chirurgia per uomini, don­ne e bambini e un piccolo laboratorio; adesso alcuni di questi reparti sono stati ingranditi anche se sinceramente conosco ben poco del loro attuale fun­zionamento poiché io stessa da un po’ di anni non offro lì il mio servizio. Co­munque so per certo che funziona ancora, soprattutto grazie ai numerosi aiuti che partono dall’Italia. Vi ringrazio.

A cura di Marta Ricchiuto

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