Pubblicato in: Ven, Mag 3rd, 2013

Carceri inTerra d’Otranto/Metodi carcerari dopo l’Unità

Viaggio nella storia salentina…

Dopo l’Unità d’Italia il proble­ma delle case di detenzione continuò a essere gestito secondo l’usuale sistema della vita in comune: la promiscui­tà, l’assenza di limiti d’età e l’isolamento punitivo, deformarono ancor di più la condizione umana dei detenuti, privando­li del giusto riscatto sociale e minandoli nel corpo e nella mente. La scienza delle prigioni, disciplina sviluppata da alcuni studiosi italiani e pensatori del tempo, cercò di avviare una corretta risoluzio­ne della pena detentiva; sia in ambito disciplinare, affermando la necessità del lavoro e della giusta collocazione del detenuto, sia in ambito architettonico, individuando nuovi modelli strutturali delle carceri.

A ciò si affiancarono, anche sul piano pratico, varie teorie provenienti dall’area anglosassone e sviluppatesi poi in tutta Europa, che idealizzarono alcune innovazioni, come la separazione tra i sessi, isolamento notturno e lavoro diurno in comune. Con l’emanazione del codice penale Zanardelli nel 1889, entrato in vi­gore il 1°gennaio 1890, e la prima legge relativa all’edilizia penitenziaria, estesa in tutte le provincie italiane (esclusa la toscana), si realizzarono nuove tipologie e moduli carcerari: vennero fissate e con­fermate dal Consiglio Superiore di Sani­tà, le dimensioni di celle e cubicoli, e sul piano della disponibilità delle strutture, si reperirono i proventi necessari per l’e­dilizia carceraria dalla vendita di alcuni immobili, attraverso economie realizzate su capitoli di bilanci delle amministrazioni comunali.

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