Carceri inTerra d’Otranto/Metodi carcerari dopo l’Unità
Viaggio nella storia salentina…
Dopo l’Unità d’Italia il problema delle case di detenzione continuò a essere gestito secondo l’usuale sistema della vita in comune: la promiscuità, l’assenza di limiti d’età e l’isolamento punitivo, deformarono ancor di più la condizione umana dei detenuti, privandoli del giusto riscatto sociale e minandoli nel corpo e nella mente. La scienza delle prigioni, disciplina sviluppata da alcuni studiosi italiani e pensatori del tempo, cercò di avviare una corretta risoluzione della pena detentiva; sia in ambito disciplinare, affermando la necessità del lavoro e della giusta collocazione del detenuto, sia in ambito architettonico, individuando nuovi modelli strutturali delle carceri.
A ciò si affiancarono, anche sul piano pratico, varie teorie provenienti dall’area anglosassone e sviluppatesi poi in tutta Europa, che idealizzarono alcune innovazioni, come la separazione tra i sessi, isolamento notturno e lavoro diurno in comune. Con l’emanazione del codice penale Zanardelli nel 1889, entrato in vigore il 1°gennaio 1890, e la prima legge relativa all’edilizia penitenziaria, estesa in tutte le provincie italiane (esclusa la toscana), si realizzarono nuove tipologie e moduli carcerari: vennero fissate e confermate dal Consiglio Superiore di Sanità, le dimensioni di celle e cubicoli, e sul piano della disponibilità delle strutture, si reperirono i proventi necessari per l’edilizia carceraria dalla vendita di alcuni immobili, attraverso economie realizzate su capitoli di bilanci delle amministrazioni comunali.















