Pubblicato in: Ven, Ott 9th, 2015

Caritas/Storie di fratelli… Scappano da guerra e miseria

LE STORIE…

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35 ANNI, SOLDATO IRACHENO SCAMPATO ALLE BOMBE

LA GIOIA DI COLLABORARE COME VOLONTARIO 

Ferman, 35 anni, è un sol­dato iracheno scampato alle bombe nel difendere il suo paese. Non riesce ancora ad esprimersi nella lingua ita­liana, lo traduce un ragazzo palesti­nese. “Era diventato tutto invivibile… non si poteva uscire da casa fino al centro commerciale per poter almeno tentare di sfamare i nostri bambini, io sono sposato e padre di tre figli piccoli, che ho lasciato lì insieme a mia moglie…le bombe non davano tregua, esplodevano ininterrottamen­te con una frequenza di tre o quattro al giorno, senza risparmiare nessu­no…famiglie intere!”. Si commuove Ferman, per qualche istante resta in silenzio, quasi un commento muto alle sue stesse parole, che gli risuonano in tutta la loro assurdità… e continua “… non ne potevo più, il desiderio di pace era commisurato allo strazio che mi lacerava il cuore! E così ho tolto la di­visa e sono fuggito, andando incontro ad una qualsiasi speranza di salvezza per la mia famiglia, la mia esistenza non aveva più importanza per me…”. Per tre giorni viaggia in mare senza cibo né bevande, in un barcone che dalla Turchia ha traghettato fino alle nostre coste circa un centinaio di per­sone, bambini inclusi.

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“Sapevo solo di essere sbarcato in Puglia, ma non conoscevo esattamente il posto… non c’erano volontari o militari che ci indicassero dove andare, ognuno prendeva una direzione con orienta­mento casuale, io sono salito su un treno che mi ha portato a Lecce, gli altri non ho idea di dove si trovi­no…”. Dopo aver dormito in stazione per una settimana, un amico arabo lo informa dell’esistenza di un centro di accoglienza per rifugiati, e raggiunge finalmente la Casa della Carità, dove è ospite da un anno. Sottolinea subito con gratitudine l’importanza ed il conforto della prima accoglienza, quando il diacono Carlo Mazzot­ta, responsabile della struttura, gli comunica la disponibilità di un posto per lui, e, sorridendo, manifesta la gioia di poter collaborare anche come volontario, da alcuni mesi, in attesa di una documentazione che gli permetta di trovare la soluzione più adeguata ad un prossimo ricongiun­gimento con i familiari.

40 ANNI, KENIOTA, IN ITALIA DA 13 ANNI 

ACCOLGO GLI ALTRI COME HANNO ACCOLTO ME 

Neto, 40 anni, è un africano del Kenya, vive in Italia or­mai da tredici anni, ma con alterne vicende che tuttora rendono problematica la sua situazione, connotata dalla provvisorie­tà. Nel 2002 approda a Bari, alla Fiera del Levante, la sua storia da migrante, infatti, comincia con la richiesta di un “visto” per affari, decide di spostarsi in Italia per lavorare nel commercio, attraverso la vendita di manufatti dell’artigianato africano. “Il mio movi­mento dal Kenya fin qui, grazie a Dio, è stato sereno. Ho raggiunto l’Amba­sciata italiana a Nairobi, ho ottenuto il visto e ho intrapreso il mio percorso itinerante, con frequenti ritorni in Afri­ca, dai familiari, soprattutto durante i periodi festivi. Inizialmente, l’unica difficoltà era costituita dalla lingua, il mio popolo è stato colonizzato dagli Inglesi, apprendere una lingua che deriva dal latino non è semplice, senza un’istruzione di base. Ma è stato un problema di graduale riso­luzione, perché le relazioni di lavoro mi hanno consentito di procedere autonomamente”. Neto, infatti, ha acquisito perfettamente i costrutti dell’italiano, al punto da rivelarsi estremamente utile nel servizio di vo­lontariato presso la Casa della Carità, dato sia il suo inglese originario, indispensabile come idioma inter­nazionale, sia il suo ottimo italiano.

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Nel 2004 ho deciso di rimanere in Italia con l’opportunità del permesso di soggiorno, perché la crisi che ha investito l’economia mondiale mi impediva di viaggiare continuamente tra Africa e Italia, pagare biglietti, ottenere il visto…sono stato costretto ad optare per una permanenza stabile, rinunciando agli affetti familiari, ho una bambina di due anni e mezzo, che ho solo visto nascere…”. Racconta di essere vissuto da clandestino per circa quattro anni, sfuggendo ai controlli effettuati soprattutto durante il lavoro, fino al conseguimento, nel 2008, del permesso di soggiorno, grazie al quale ha potuto continuare ad esercitare l’attività, spostandosi da Lecce verso la zona garganica. Ma sono stati anni infruttuosi, “non c’era la risposta che mi attendevo, questo ulteriore fallimento mi ha spronato, anche per voce di un amico che mi ha sugge­rito il trasferimento in una struttura caritativa di recente aperta a Lecce, proprio la Casa della Carità, a ritor­nare, quindi, nella città già vissuta in precedenza…”. Durante una fiera natalizia in Lecce, nel 2013, dopo aver rinnovato la licenza per poter vendere i suoi prodotti, Neto sceglie di rimaner­vi, trovando alloggio presso il centro di accoglienza. “Offro il mio volonta­riato per aiutare altri ospiti, così come don Attilio e Carlo hanno accolto me, è il mio modo per ringraziare l’Italia e per condividere le sofferenze di tanti fratelli immigrati, che non sanno come muoversi, non conoscono la lingua, cercano un rifugio. Essendo in regola con i documenti, posso prestare questo servizio serenamente e…chissà, ma­gari a breve, portare qui i miei affetti più cari!”.

21 ANNI, PALESTINESE, SCAPPATO DAL CONFLITTO MEDIORIENTALE

GRATO A VITA A CHI MI AMA COME UN FIGLIO 

Yazan è un ragazzo palesti­nese di 21 anni, dopo aver tradotto la storia del com­pagno, si appresta con un timido sorriso a narrare la sua giovane vita, alla quale si è affidata l’intera sua famiglia. Le sue origini risalgono al conflitto arabo-palestinese, durante il quale, nel primo periodo più violento, tutto il nucleo familiare emigrò in Giordania. Ma anche qui le condizioni non erano più tollerabili… “e mio papà ha preso tutti i soldi che avevamo per acqui­stare il passaporto ad ogni membro della famiglia e trasferirci in Svezia, dove al principio la nostra naziona­lità era accettata, ma attualmente la selezione ci esclude preferendo altre provenienze a cui assicura­re la documentazione necessaria, senza la quale si corrono gravi rischi…mio padre ed io siamo già stati reclusi per tre mesi, una volta usciti ed invitati a tornare in patria, siamo nuovamente fuggiti dal nord al sud della Svezia, sempre in una situazione di irregolarità, una fuga continua…quando, insieme con due amici palestinesi, ci imbarchiamo in aereo, con biglietto e carta d’identità approssimata…destinazione Italia, dove forse avremmo potuto procu­rare i documenti a noi stessi e alle nostre famiglie rimaste in Svezia…”.

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Yazan avverte che sulle sue spalle grava la sorte dei suoi cari, è un ragazzo molto sereno, si è sacrificato affrontando pericoli anche di morte pur di coltiva­re speranze di vita per chi lo attende. Atterra a Milano, ma segue i suoi amici fino a Bari, dove tenta per tre giorni di farsi rilasciare almeno un’autorizzazio­ne per l’accesso ad un campo-profughi, ma nulla. “Prova a Lecce”, si sente rispondere, e non esita. Ecco Lecce, che lo vede girovagare senza meta per un paio di giorni, finché in Questura lo indirizzano alla Casa della Carità. “Ma poi ho dimenticato questa denominazio­ne”, continua sorridendo, “e ho girato ancora a vuoto fino alle dieci di sera, alla fermata dell’autobus un pakistano riesce a spiegarmi in inglese qual è la struttura e dove si trova…ed eccomi qui da circa dieci mesi! Ringrazio don Attilio e Carlo, non mi sembrava vero quando mi hanno offerto da dormire pur non avendo documenti…nulla! Ho ricevuto anche l’opportunità di poter completare l’istruzione superiore, traguardo impossibile prima. Sincera­mente, la mia preferenza si è fermata alla Casa rispetto ad altre soluzioni per gli immigrati, perché queste perso­ne ci accolgono come figli, e anch’io ho voluto ricambiare le loro premure attraverso il volontariato!”.

Pagine a cura di Angela De Venere

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