Catechesi ai Fanciulli/In che modo far vivere l’Attesa…
Ecco alcuni spunti su come parlare, meglio insegnare il Natale ai nostri fanciulli, in particolare dal punto di vista di una giusta pedagogia religiosa, che renda giustizia al senso della venuta nel nostro mondo di una persona importante, la più importante che ci sia, che oggi chiede di nascere nella culla dei cuori, impagliati di semplicità e di serenità soprattutto nei rapporti familiari. Primo: il senso dell’attesa. Si può fare un’intervista a una signora che si trova in stato interessante, magari chiedendole quali sono i gesti preparatori che di settimana in settimana impegnano la sua vita. Ella potrà raccontare in maniera semplice sia degli esami clinici che ritmano la sua esistenza che di come la casa viene allestita in preparazione alla nuova vita. Non tralascerà di comunicare l’emozione e la trepidazione di portare dentro di sé una nuova vita e di sognare insieme ai bambini su ciò che ella desidera più di ogni altra cosa per il figlio che sta per venire.
Inoltre, occorre saper educare al senso dell’attesa, in una cultura del “tutto e subito” che spesso brucia le tappe e perciò rende più infelici. Si comprino allora i dolci in vista delle festività, ma si attenda la festa per consumarli, dopo che sono stati esposti in bella vista nelle stanze dove si vive quotidianamente. Stesso discorso si faccia per i diversi pacchi che con l’andare dei giorni vanno accumulandosi vicino all’albero, meglio ancora ovviamente vicino al presepio. Secondo: i desideri. I bambini hanno bisogno di molto ascolto e il tempo previo alle festività natalizie offre l’occasione opportuna per farli parlare di sé, delle loro paure e delle loro speranze. Contemporaneamente si può incoraggiarli a guardare anche ai desideri e alle attese delle altre persone, a partire da quelle più vicine a loro fino ad arrivare ad affrontare il tema delle numerosissime povertà che attanagliano fasce enormi di uomini e donne nel mondo. Da qui nascerà l’esigenza di portare in parrocchia un dono per i più bisognosi, non come gesto moralistico che già da bambini rischia di far avvertire la religione come un qualcosa di oppressivo, ma come esigenza naturale che scaturisce dalla consapevolezza della provvidenza che Colui che sta per venire ha donato ad essi perché la condividano con gli altri.
Carlo Calvaruso
















