Passato e Futuro/Celebrare Feste ai Santi per tramandare Valori antichi e ritrovarsi come Comunità
Come conservare simboli significativi evitando l’arcaismo privo di senso e interloquire con sensibilità moderne.
Uno dei tratti distintivi dell’uomo rispetto agli altri esseri viventi è da sempre la sua capacità di fare famiglia, gruppo, comunità, società. Le feste si sono sviluppate partendo dal desiderio di aggregazione, di fare unità attorno ad una idea, una persona, un avvenimento. Con l’avvento delle religioni, i riti e le espressioni cicliche di celebrare avvenimenti e fatti importanti hanno sempre più assunto il carattere di vere e proprie tradizioni. Lo stesso cristianesimo, poggiandosi sulla millenaria esperienza di fede del popolo d’Israele che del “ricordo” celebrato nel rito della “Pesach” aveva fatto il perno di tutta la sua professione di fede, ha saputo trasformare e rendere “festa” il fatto più tragico della vicenda del Dio fatto uomo, Cristo Gesù, nella celebrazione della sua morte e risurrezione. Precisiamo: il fatto in sé resta un avvenimento reale, unico, irrepetibile che ha sconvolto la vicenda dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. I sacramenti, in modo eminente l’Eucaristia, che rendono efficaci gli effetti di quell’opera di redenzione portata da Cristo Gesù, restano la via più immediata attraverso cui quella grazia da Dio giunge direttamente all’uomo. Resta, tuttavia, faticoso da parte umana la comprensione di un mistero così grande che non potrebbe essere compreso, almeno in parte, intuito e goduto se non attraverso i “segni”. Non a caso, infatti, i sacramenti sono segno e strumento della grazia di Dio per gli uomini. Così, la stessa Pasqua, per i cristiani è divenuta non solo l’evento della salvezza operata da Dio una volta per tutte, ma anche la festa che permette di rinnovare quegli effetti di salvezza nel “qui” e “ora” per ogni uomo. Per i cristiani, dunque, le feste non sono altro se non la possibilità di prolungare gli effetti della Pasqua di Cristo. Ecco spiegato il motivo per cui si sono sviluppate attorno a coloro che come uomini e donne hanno, in qualche maniera, ripercorso le orme del Cristo: i santi. Fin qui nulla di strano. Anzi. Le feste sono state foriere di tradizioni e valori. Per continuare a “parlare” all’uomo del presente, anno dopo anno, secolo dopo secolo, celebrazione dopo celebrazione, si sono sempre più avvicinate al destinatario piuttosto che essere tramite e forza dell’evento che le ha generate.
Ecco spiegato il motivo per cui oggi più che mai ci si trova a celebrare feste che hanno tanto di “tradizione”, nel senso di trasmesso dagli antichi padri alle nuove generazioni, e di “valori”, nel senso di riconoscersi uniti attorno ad un ideale di bene, ma poco di ciò che è il loro afflato originario. Da una parte, allora, assistiamo a chi in modo forte combatte queste espressioni e dall’altra a chi se ne fa paladino come difensore. È la cronaca di cui parliamo a ogni vigilia e compimento di festa, si tratti di quella patronale o di quartiere, di quella con molte o poche luminarie, di quella con o senza il “comitato” che continua a far risuonare il battito delle “cassette” a ogni crocicchio di strada. “La via da seguire è quella di valorizzare correttamente e sapientemente le non poche ricchezze della pietà popolare, le potenzialità che possiede, l’impegno di vita cristiana che sa suscitare. Essendo il Vangelo la misura ed il criterio valutativo di ogni forma espressiva – antica e nuova – di pietà cristiana, alla valorizzazione dei pii esercizi e di pratiche di devozione deve coniugarsi l’opera di purificazione, talvolta necessaria per conservare il giusto riferimento al mistero cristiano. […] Nella pietà popolare devono percepirsi: l’afflato biblico, essendo improponibile una preghiera cristiana senza riferimento diretto o indiretto alla pagina biblica; l’afflato liturgico, dal momento che dispone e fa eco ai misteri celebrati nelle azioni liturgiche; l’afflato ecumenico, ossia la considerazione di sensibilità e tradizioni cristiane diverse, senza per questo giungere a inibizioni inopportune; l’afflato antropologico, che si esprime sia nel conservare simboli ed espressioni significative per un dato popolo evitando tuttavia l’arcaismo privo di senso, sia nello sforzo di interloquire con sensibilità odierne. Per risultare fruttuoso, tale rinnovamento deve essere permeato di senso pedagogico e realizzato con gradualità, tenendo conto dei luoghi e delle circostanze” (Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti, n. 12).
Stefano Spedicato
















