Chiamati al Sacerdozio… Può servire lo psicologo?
A colloquio con la Dott. Stefania Greco/La scelta è autentica se il rispondere all’Amore di Dio dà senso alla vita.
“Il ruolo della guida spirituale è insostituibile nel cammino dell’aspirante sacerdote. Tuttavia questi potrebbe trovarsi in difficoltà in presenza di traumi irrisolti o disagi attuali che richiedono un intervento più specifico”.
“Anche un’eccessiva idealizzazione della figura sacerdotale può creare problemi nel cammino e rischiare di far sviluppare un “falso sé”, che porta il soggetto a reprimere difficoltà e sentimenti negativi, mascherando la sua vera identità”.
Quanti di noi vorrebbero fare della propria vita una missione? La vocazione, dal latino vocatio, chiamata, invito, è un concetto molto allettante su cui si sono spese tante pagine di ricerche e storia. Eppure, ci sono “cose” che non si possono spiegare razionalmente. La chiamata di Dio, l’inclinazione ad adottare e seguire un modo o una condizione di vita, a esercitare un’arte, una professione, a intraprendere lo studio di una disciplina, sono tutte vocazioni che, malgrado la loro diversità, hanno un punto in comune: il servizio agli altri. Tuttavia, basta la sola vocazione a garantire un’esistenza votata e retta? Negli ultimi anni si è dibattuto sul ruolo che la psicologia può avere nella preparazione al cammino vocazionale aprendo un varco a quello che solo qualche secolo fa risultava impensabile: stabilire un giusto rapporto tra spiritualità e scienza. Tale rapporto non solo oggi è possibile, ma addirittura auspicabile. Con la psicologa, la dott.ssa Stefania Greco, abbiamo approfondito l’argomento con particolare riferimento alle vocazioni religiose.
Dott.ssa Greco la vocazione religiosa può essere spiegata da un punto di vista laico?
La vocazione religiosa è la risposta alla chiamata divina da parte dell’individuo che sceglie di dedicare la propria vita totalmente al servizio e al dono di sé agli altri, accettando di rendere testimonianza diretta della presenza di Cristo sulla Terra. Non spetta alle scienze empiriche spiegare il perché della vocazione, ma queste – e la psicologia in particolare – possono aiutare a comprendere cosa accade nella mente del soggetto che decide di rispondere alla chiamata. La persona avverte un sentimento ed un trasporto interiore che la porta a sentirsi attratta da un’entità che trascende la sua stessa vita, sentendosi partecipe di una missione universale per il bene comune. Decidendo di intraprendere questo cammino, la persona ritiene che l’unico modo per poter dare senso alla propria esistenza è andare oltre al proprio benessere fisico e alla soddisfazione dei propri bisogni individuali e dedicare la propria vita all’amore di Dio e del prossimo.
Cos’è la vocazione in senso lato?
In generale per vocazione si intende quella disposizione d’animo, quella tendenza innata che spinge l’uomo a compiere delle scelte. La persona si sente interiormente trasportata da un’inclinazione, un desiderio che cerca di soddisfare e attorno al quale decide di orientare la propria vita impiegando tutte le energie e sviluppando tutte le potenzialità per raggiungere tal fine. Ci si riferisce dunque ad un’abilità naturale, ad una predisposizione interiore che induce l’individuo a compiere un determinato cammino. Spesso questo vocabolo viene accostato ad alcune professioni considerate come una missione: il medico, l’insegnante, lo psicologo … La vocazione conferisce al proprio agire professionale pienezza ed intensità e fa sì che il soggetto non si limiti alle prestazioni, al fare, ma che investa nel lavoro una parte importante della propria persona, del proprio essere. In questa situazione l’individuo non è guidato dal perseguire le ambizioni personali, ma cerca di dare il proprio contributo al benessere della comunità.
Altruisti si nasce o si diventa?
Innanzi tutto è bene precisare che per altruismo si intende l’agire disinteressato della persona che si comporta in modo da promuovere il benessere dell’altro senza aspettarsi di trarne alcun beneficio personale. Da tempo gli studiosi hanno cercato di risolvere la questione della motivazione all’altruismo, ovvero se questo sia un comportamento innato o socialmente appreso. A seconda delle teorie di riferimento, le posizioni degli studiosi sono diverse. Anche se molto spesso si sottolinea l’importanza del contesto culturale nello sviluppo del comportamento pro-sociale, le ultime ricerche hanno evidenziato una base genetica e la presenza di comportamenti altruistici già nei primi mesi di vita. In realtà si fa riferimento soprattutto all’empatia, ovvero a quella disposizione innata che porta a provare le stesse emozioni dell’altro, a sentire ciò che egli sente. Sarebbe proprio questa disponibilità ad indurre l’individuo ad agire nell’interesse altrui. Naturalmente questa tendenza innata può essere rinforzata ma anche ostacolata nel suo sviluppo.

















