Pubblicato in: Sab, Ott 17th, 2015

Chiamati al Sacerdozio… Può servire lo psicologo?

A colloquio con la Dott. Stefania Greco/La scelta è autentica se il rispondere all’Amore di Dio dà senso alla vita. 

“Il ruolo della guida spirituale è insostituibile nel cammino dell’aspirante sacerdote. Tuttavia questi potrebbe trovarsi in difficoltà in presenza di traumi irrisolti o disagi attuali che richiedono un intervento più specifico”. 

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“Anche un’eccessiva idealizzazione della figura sacerdotale può creare problemi nel cammino e rischiare di far sviluppare un “falso sé”, che porta il soggetto a reprimere difficoltà e sentimenti negativi, mascherando la sua vera identità”. 

Quanti di noi vor­rebbero fare della propria vita una missione? La vo­cazione, dal lati­no vocatio, chia­mata, invito, è un concetto molto allettante su cui si sono spese tante pagine di ricerche e sto­ria. Eppure, ci sono “cose” che non si possono spiegare razio­nalmente. La chiamata di Dio, l’inclinazione ad adottare e se­guire un modo o una condizione di vita, a esercitare un’arte, una professione, a intraprendere lo studio di una disciplina, sono tutte vocazioni che, malgrado la loro diversità, hanno un punto in comune: il servizio agli altri. Tuttavia, basta la sola vocazio­ne a garantire un’esistenza vo­tata e retta? Negli ultimi anni si è dibattuto sul ruolo che la psi­cologia può avere nella prepara­zione al cammino vocazionale aprendo un varco a quello che solo qualche secolo fa risultava impensabile: stabilire un giusto rapporto tra spiritualità e scien­za. Tale rapporto non solo oggi è possibile, ma addirittura au­spicabile. Con la psicologa, la dott.ssa Stefania Greco, abbia­mo approfondito l’argomento con particolare riferimento alle vocazioni religiose.

Dott.ssa Greco la vocazione religiosa può essere spiega­ta da un punto di vista laico?

La vocazione religiosa è la risposta alla chiamata divina da parte dell’individuo che sceglie di dedicare la propria vita total­mente al servizio e al dono di sé agli altri, accettando di rendere testimonianza diretta della pre­senza di Cristo sulla Terra. Non spetta alle scienze empiriche spiegare il perché della vocazio­ne, ma queste – e la psicologia in particolare – possono aiutare a comprendere cosa accade nel­la mente del soggetto che decide di rispondere alla chiamata. La persona avverte un sentimento ed un trasporto interiore che la porta a sentirsi attratta da un’entità che trascende la sua stessa vita, sentendosi parteci­pe di una missione universale per il bene comune. Decidendo di intraprendere questo cammi­no, la persona ritiene che l’u­nico modo per poter dare senso alla propria esistenza è andare oltre al proprio benessere fisico e alla soddisfazione dei propri bisogni individuali e dedicare la propria vita all’amore di Dio e del prossimo.

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Cos’è la vocazione in senso lato?

In generale per vocazione si intende quella disposizione d’animo, quella tendenza inna­ta che spinge l’uomo a compiere delle scelte. La persona si sente interiormente trasportata da un’inclinazione, un desiderio che cerca di soddisfare e attor­no al quale decide di orientare la propria vita impiegando tut­te le energie e sviluppando tutte le potenzialità per raggiungere tal fine. Ci si riferisce dunque ad un’abilità naturale, ad una predisposizione interiore che induce l’individuo a compie­re un determinato cammino. Spesso questo vocabolo viene accostato ad alcune professio­ni considerate come una mis­sione: il medico, l’insegnante, lo psicologo … La vocazione conferisce al proprio agire pro­fessionale pienezza ed intensi­tà e fa sì che il soggetto non si limiti alle prestazioni, al fare, ma che investa nel lavoro una parte importante della propria persona, del proprio essere. In questa situazione l’individuo non è guidato dal perseguire le ambizioni personali, ma cerca di dare il proprio contributo al benessere della comunità.

Altruisti si nasce o si diven­ta?

Innanzi tutto è bene precisa­re che per altruismo si intende l’agire disinteressato della persona che si comporta in modo da promuovere il benessere dell’altro senza aspettarsi di trarne alcun beneficio persona­le. Da tempo gli studiosi hanno cercato di risolvere la questione della motivazione all’altruismo, ovvero se questo sia un compor­tamento innato o socialmente appreso. A seconda delle teorie di riferimento, le posizioni degli studiosi sono diverse. Anche se molto spesso si sottolinea l’im­portanza del contesto culturale nello sviluppo del comporta­mento pro-sociale, le ultime ri­cerche hanno evidenziato una base genetica e la presenza di comportamenti altruistici già nei primi mesi di vita. In real­tà si fa riferimento soprattutto all’empatia, ovvero a quella disposizione innata che por­ta a provare le stesse emozioni dell’altro, a sentire ciò che egli sente. Sarebbe proprio questa disponibilità ad indurre l’in­dividuo ad agire nell’interesse altrui. Naturalmente questa tendenza innata può essere rin­forzata ma anche ostacolata nel suo sviluppo.

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