Pubblicato in: Sab, Apr 12th, 2014

Conferenza/Il Salento al tempo dei Briganti

Il fenomeno del Brigantaggio riletto alla luce della Questione Meridionale in un incontro a Novoli.

Brigantessa

In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, si è notevolmente accentuato il dibattito sul fenomeno del Brigantaggio, riportando all’attenzione generale le due fondamentali posizioni in atto nel pensiero contempora­neo. Alla diffusa e radicata opinione che l’an­nessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna sia stata un’operazione necessaria per liberare il Sud d’Italia dall’oppressione borbonica, si oppone, da qualche tempo e in maniera diffusa per la verità, la teoria secondo la quale detto intervento non è stato altro se non un atto di conquista e colonizzazione da parte dei Piemontesi. Se n’è parlato nel corso di una conferenza sul tema: “Liberalismo patriottico, brigantaggio e sue ripercussioni nel Salento”. La serata è stata organizzata dal web giornale Paise Miu – Notizie dal Salento (www.paisemiu. com), in collaborazione con L’accademia della Nike e con il patrocinio del Comune di Novoli, dell’Unione dei Comuni del Nord Salento, della Fondazione Fòcara e della Fondazione Città del Libro.

Briganti 01

Sono intervenuti il prof. Vincenzo Abati, Storico e critico d’Arte, e il prof. Aldo D’Anti­co, Direttore dell’Archivio Storico di Parabita. Il Regno di Napoli, il più antico e solido stato europeo, vantava nel 1860 primati invidiabili in Europa e nel mondo; era, infatti, all’avanguar­dia in molti settori dell’economia, della finanza, delle infrastrutture e dei trasporti, dell’istruzio­ne. Peraltro, contrariamente a quanto si è scritto per molto tempo, le sue finanze erano floridis­sime: alla Borsa di Parigi aveva “la più alta quotazione di rendita dei titoli di stato 120%” e possedeva il “minore carico tributario erariale in Europa”. Si pensi che aveva “la maggio­re quantità di lire-oro conservata nei banchi nazionali: dei 668 milioni di lire-oro patrimonio di tutti gli stati italiani messi insieme, ben 443 erano del Regno delle Due Sicilie”, tanto che Francesco Saverio Nitti affermava che “il Regno aveva due volte più monete di tutti gli stati della penisola”. Tutto ciò consentiva una bassa pressione fiscale ed era di grande stimolo per l’ulteriore sviluppo economico e sociale del Regno. Ma allora, che cosa e chi dovevano “liberare” i Piemontesi e i Garibaldini?

Briganti 02

La verità è che la congiuntura internazionale era proiettata verso il nascente capitalismo, la colonizzazione selvaggia di buona parte del mondo (quello che oggi chiamiamo “terzo”), la nazionalizzazione di intere aree geografi­che, l’affermarsi degli imperialismi. In una situazione del genere, l’accorto genio politico di Cavour aveva compreso benissimo che quello era il momento giusto per rafforzare ed espandere il dominio sabaudo. E, in maniera spesso nascosta e subdola, aveva cominciato a disegnare un progetto che avrebbe portato i Sa­voia a conquistare tutti gli altri stati italiani, co­lonizzando nello specifico il Mezzogiorno. Del resto era stato il Direttore Generale del Banco di Genova, che non prestava più soldi al Regno di Sardegna, perché insolvente, ad indirizzare i Piemontesi a Napoli, perché “lì ci sono i soldi”. Secondo la recente storiografia, si trattò di una vera e propria guerra di conquista, che depredò il Sud d’Italia di tutte le sue ricchezze, dando origine alla “Questione Meridionale”.

Briganti 03

A quella spaventosa occupazione, contrastata dalla metà (120.000 soldati) dell’esercito, si oppo­sero migliaia e migliaia di meridionali di ogni categoria sociale: contadini, artigiani, sacerdoti, intellettuali, politici. Vennero tutti massacrati, definiti briganti e additati al resto dell’Europa come delinquenti. Erano, la maggior parte di loro, semplici resistenti, fedeli al loro plurise­colare Regno. Gli occupanti smantellarono la più grande industria metalmeccanica d’Europa, presente a Pietrarsa, che produceva materiali ferroviari per tutto il continente, e trasportaro­no al Nord il materiale prelevato, fondandovi il medesimo tipo di industria; chiusero la più grande seteria europea, quella di S. Leucio, dove lavoravano in forma cooperativa migliaia di operai; impoverirono i porti (fra cui Gallipoli che aveva otto consolati, una delle più grandi tonnare e governava la borsa dell’olio in tutto il Mediterraneo) spostando al Nord tutti i traffici marittimi; abolirono gli usi civici; imposero la leva obbligatoria di durata pluriennale; aumen­tarono in modo scandaloso la pressione fiscale. E, con sottili sotterfugi, dominarono l’apparato burocratico del nuovo Stato per mezzo di fun­zionari piemontesi, che controllavano in modo squallido la popolazione.

Antonio Soleti

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