Hierapolis/Riaperta “La Porta dell’Inferno”
INTERVISTA / IL PROF. FRANCESCO D’ANDRIA, DIRETTORE DEGLI SCAVI
“ABBIAMO SEGUITO GLI SCRITTI ANTICHI”
È ormai diffusa la notizia dell’ultima scoperta archeologica a Hierapolis, antica città ellenistico-romana della Frigia, da parte dell’equipe dell’Università del Salento: la porta dell’Inferno. Al prof. Francesco D’Andria, docente di Archeologia e Storia dell’Arte Greca presso l’Università del Salento e Direttore degli scavi, abbiamo rivolto una breve intervista al riguardo.
Professore, ci può spiegare cosa fosse il Ploutònion?
Il Ploutònion era uno dei luoghi santi più importanti di tutta l’Anatolia, ma anche del mondo romano, poiché era una grotta ubicata in corrispondenza della grande faglia sismica, che attraversa l’intera valle del fiume Meandro e che sbocca in altri punti. Però, il più evidente di essi è quello di Hierapolis, dal momento che da questa grotta,traboccando dalle profondità della terra attraverso la suddetta frattura, erompevano delle acque termali, esalanti gas venefici, perniciosi ed esiziali, specialmente, l’anidride carbonica, che provocavano l’immantinente morte degli esseri viventi, sia degli uomini sia degli animali.
Questo fenomeno, inspiegabile per gli antichi, era ritenuto un’ epifania del sacro. Si pensava, dunque, che tale voragine fosse l’ingresso del regno di Plutone, il re degli Inferi, prima chiamata Ploutònion. Questo recesso è il luogo in cui gli antichi credevano che il dio avesse compiuto il ratto di Proserpina, la sua sposa. Persefone era figlia di Demetra, dea delle messi, la quale, per impedire il relegamento della dea negli Inferi, si accordò con il dio rapitore.
Ottenne, infatti, che Proserpina trascorresse sei mesi nelle viscere della terra e sei mesi in superficie con la rinascita della primavera. Risalita dalle profondità, ella dava vita alla procreazione degli animali, delle messi e della vegetazione, avendo un forte connotato simbolico, legato proprio alla fecondità della natura, che affonda le sue radici nelle latebre della terra, nelle divinità che le abitano.
Da quanto tempo lo cercavate?
Lo abbiamo cercato per tanti anni, dall’inizio delle missioni, perché gli scrittori antichi, peculiarmente Strabone, il praeclarus geografo che ha descritto l’attuale Turchia, ovvero la vetusta Asia minore, narrava di questo Plutònion e degli eventi meravigliosi che vi si manifestavano. Sulla base di tale fonte abbiamo cercato di identificare il santuario, descritto, tra gli altri, anche da Cicerone, il quale lo ha visitato come è attestato da una sua lettera al fratello.
Ma come lo avete rinvenuto?
Elaborando un ragionamento molto semplice. Questa terra è umida, doviziosa in quanto a sorgenti termali. Ne ho identificato la principale, che produce le cascate bianche di Pamukkalè e altre (ci sono cascate bianche del travertino), che erano prodotte dall’acqua termale. Ho, quindi, individuato la sorgente primigenia e mi sono accorto che intorno ad essa ci sono edifici. Intraprendendo in questo sito gli scavi, l’anno scorso, abbiamo trovato esattamente la situazione descritta dagli autori classici, evidenzianti il fatto che gli animali e gli uccelli che si avvicinano all’antro muoiono soffocati dalle esalazioni.
Considerando che l’anidride carbonica è più pesante dell’aria e si colloca in un suo strato inferiore e gli animali che accedono a quel livello immediatamente periscono per asfissia, si è ripresentato, nel momento in cui abbiamo riportato alla luce la grotta e abbiamo completato lo scavo, lo stesso fenomeno desunto da Strabone e dalle altre fonti.
Tutti gli animali che di notte si appropinquavano alla grotta, di mattina venivano trovati cadaveri. A volte anche gli uccellini sono attratti dal calore, perché la zona è calda, e ignorano il pericolo. L’anno scorso, a conferma di questa interpretazione, abbiamo scoperto un’iscrizione dedicatoria sopra l’ingresso della spelonca, molto significativa, a caratteri ben leggibili che recita: “A Plutone e a Core”.
Sonia Marulli

















