Da Quale Pulpito… “L’omelia giusta: niente oratoria, zero rimproveri”
Il Prefetto della Congregazione per il Culto Divino: “Meglio non superare i dieci minuti.
IL NUOVO DIRETTORIO OMILETICO/PER PORTARE LA GENTE A CRISTO
Chi pronuncia l’omelia “ponga la parola di Dio al centro della propria vita spirituale, conosca bene il suo popolo, rifletta sugli avvenimenti del suo tempo, cerchi incessantemente di sviluppare quelle capacità che lo aiutino a predicare in maniera appropriata”. È l’indicazione contenuta nel Direttorio omiletico redatto dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Il volume è suddiviso in due parti. Nella prima, “L’omelia e l’ambito liturgico”, “si descrive la natura, la funzione e il contesto peculiare dell’omelia”. Nella seconda, “Ars praedicandi”, sono esemplificati metodi e contenuti che chi pronuncia l’omelia deve tener presenti nel prepararla ed enunciarla. Considerate “le molteplici esigenze della cura pastorale” e “un senso di personale inadeguatezza” che “possono portare allo scoramento”, nel testo si riconosce che “alcuni, per capacità e formazione, sono pubblici oratori più efficaci di altri” ma “per divenire un omileta efficace non è necessario essere un grande oratore”. “L’omelia deve essere tenuta soltanto dai vescovi, dai sacerdoti o dai diaconi”. Nel testo si afferma che l’omelia “non è un sermone su un tema astratto”, “non è un’occasione, per il predicatore, di affrontare argomenti completamente slegati dalla celebrazione liturgica e dalle sue letture”, “non è neppure un puro esercizio di esegesi biblica” o “un insegnamento catechistico” e “non dev’essere impiegata come tempo di testimonianza personale del predicatore”. In questo senso, “come avverte Papa Francesco, la predicazione puramente moralista o indottrinante, ed anche quella che si trasforma in una lezione di esegesi, riducono questa comunicazione tra i cuori che si da’ nell’omelia”.
Chi pronuncia l’omelia è bene che “sappia collegare i testi di una celebrazione a fatti e questioni di attualità, condividere i frutti dello studio per comprendere un brano della Scrittura e dimostrare il nesso che corre tra la Parola di Dio e la dottrina della Chiesa”. Tutti questi elementi “sono buoni se utili alla funzione dell’omelia; se la sostituiscono, non lo sono più”. “Naturalmente – prosegue il Direttorio – l’arte oratoria o di parlare in pubblico, compreso l’uso appropriato della voce e persino del gesto, contribuisce all’efficacia dell’omelia”. Per quanto riguarda la durata non vengono date indicazioni particolari se non quella che l’omelia sia breve nelle messe feriali. “La lunghezza di un’omelia dipende alla cultura dei Paesi. In Occidente superare i 20 minuti sembra troppo ma in altri luoghi 20 minuti non bastano perché la gente viene da lontano, ha percorso una lunga strada per partecipare alla Messa e ascoltare la Parola Dio”. Lo ha detto il cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, presentando il “Direttorio omiletico” redatto dalla congregazione vaticana. Riguardo alle tecniche di oratoria, il cardinale ha detto: “Non è facile parlare in modo efficace e dunque è necessario imparare a comunicare. Soprattutto oggi è importante sapere che cosa e come dire le cose. Ma non bastano le tecniche perché si può essere un eloquente oratore ma se non si comunica Dio attraverso la vita e la Parola, anche la più alta oratoria può lasciare la gente indifferente”. Il cardinale ha infatti ricordato che con l’omelia, compito principale del sacerdote è quello di “portare la gente a Cristo” e per farlo “non basta la tecnica”. Il consiglio del cardinale per non cadere in una predicazione troppo “noiosa” è quello di fare uso anche di “immagini, racconti e addirittura leggende” e a questo proposito ha raccontato una leggenda “musulmana” da lui utilizzata nelle omelie per sottolineare l’importanza della preghiera. Secondo padre Corrado Maggioni, Sotto-Segretario del Dicastero, il Direttorio non ha voluto precisare troppo la durata della omelia perché – ha detto – “certe cose è meglio non codificarle troppo” in quanto seguono “una serie di varianti e variabili”. Ci sono infatti le messe feriali e quelle festive che richiedono ovviamente tempi diversi. L’importante – ha aggiunto l’esperto – è avere cura del “ritmo della celebrazione” prendendo in considerazione cioè l’intero andamento dell’azione liturgica e soprattutto seguire “il buon senso”.

















