Pubblicato in: Gio, Feb 19th, 2015

Da Quale Pulpito… “L’omelia giusta: niente oratoria, zero rimproveri”

I CONTENUTI DELLA PREDICAZIONE LITURGICA…

SOLO LA PAROLA CONVERTE LE COSCIENZE

Non è raro tra gli studenti di Teologia Pastorale, soprattutto presbiteri, il praticare un esperimento simpatico che, se svolto senza pregiudizi e con animo sereno, può risultare assai significativo. In particolare nelle grandi città, ci si reca di vita in volta in una chiesa diversa, ovviamente in borgese, e si partecipa alla cele­brazione dell’Eucaristia. Le conclusioni che si possono trarre in questo modo non fanno altro che alimentare tutto quel movimento di critica che è giunto in maniera decisiva anche alle orecchie di Papa Francesco. Le devianze verso cui sembra cedere la pre­dicazione omiletica infatti sembrano raggrup­parsi sempre in più in alcune categorie che si sono affermate sempre di più. In primo luogo, l’omelia viene svolta come una sorta di lezione o di conferenza; in tal modo, questo momento celebrativo viene vissuto come uno sfoggio di cultura da parte di chi presiede, atto a mera­vigliare i partecipanti con paroloni difficili in modo da suscitarne l’ammirazione; accade questo quando, al termine della celebrazione, alcuni fedeli si accostano al sacerdote per dir­gli: “Che bella predica!”: è il sintomo che non hanno interiorizzato nulla di quanto ascoltato. In secondo luogo, l’omelia può essere impo­stata come una sorta di esortazione morale, peggio ancora moralistica; per poterlo verifi­care, basta contare quante volte al suo interno si declina il verbo “dovere”, soprattutto nella forma del comando “devi”. Ancora, gli ultimi decenni hanno visto l’affermarsi sempre più deciso dei biblisti improvvisati, che grazie alla copiosa pubblicazione di sussidi, che forse i vari editori cattolici opportunamente dovrebbero ridimensionare, si illudono di essere diventati professori di Sacra Scrittura, sconvolgendo l’assemblea con interpretazioni entusiasmanti e allo stesso tempo scandaliz­zanti.

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Infine è più recente ma anche più veloce nella sua diffusione l’omelia, e la celebrazione eucaristica in generale, spettacolarizzata, che illude chi presiede e chi partecipa di essere una comunità “moderna”; accade quando poi gli stessi fedeli manifestano la loro confusione quando chiedono ai sacerdoti: “Perché tu fai così e quell’altro no?”. L’omelia, in realtà, rappresenta un atto liturgico che mostra un genere a sé stante ben identificato, che supera di gran lunga qua­lunque forma di meditazione, di catechesi, di esortazione o di lezione. In essa infatti si dipana la potenza dello Spirito Santo perché la Parola di Dio appena proclamata diventa effettivamente un evento di salvezza nel pre­sente dello momento celebrativo; prima ancora che chi pronunci l’omelia comunichi una certa attualizzazione del messaggio biblico ed evangelico in particolare, è la Parola stessa che rende presente ciò che narra e suggerisce ai fedeli eventuali scelte di vita. Dedicare tempo, energie e preghiera nella preparazione delle omelie, soprattutto quelle domenicali e festive, rappresenta per il sacerdote il primo vero atto d’amore per il suo popolo, poiché indica innanzitutto il suo sforzo di accedere al testo sacro con onestà, purezza di spirito e disponibilità a lasciarsi coinvolgere in prima persona da quel messaggio che poi si trasmet­terà durante la celebrazione; inoltre, un’omelia ben preparata elimina qualunque rischio di protagonismo all’interno dell’atto liturgico, soprattutto l’Eucaristia, da parte di chi quella celebrazione è tenuto a presiedere con umiltà e con la convinzione che solo la parola di Gesù Cristo, e non la propria, cambia le coscienze e dunque il mondo.

 Carlo Calvaruso

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