Don Luigi Ciotti a Lecce: Contro le mafie il coraggio del Vangelo
La sfida di Libera: Un netwark contro le mafie.
Luigi Ciotti, è nato nel 1945 in provincia di Belluno ed è poi emigrato a Torino.
Nel ‘66 promuove un gruppo di impegno giovanile, che prenderà il nome di Gruppo Abele che si occupa dell’aiuto e dell’accoglienza degli emarginati. Nel ‘72, ordinato sacerdote, gli viene assegnata come parrocchia la strada, dove in quegli anni affronta il dilagare della droga: apre un Centro di accoglienza e ascolto e, nel ‘74, la prima comunità. Da allora il suo impegno contro le tossicodipendenze non ha mai subito un arresto. Nel corso degli anni Novanta intensifica l’attività di denuncia e di contrasto al potere mafioso, dando dapprima vita al mensile “Narcomafie” e nel ‘95 a “Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” che diviene il simbolo del suo impegno e delle sinergie tra le diverse realtà di volontariato.
“Libera” è un network che oggi coordina oltre 1200 tra associazioni, gruppi, scuole, realtà di base territorialmente impegnate nella diffusione della cultura della legalità.
L’educazione alla legalità democratica, gli interventi contro la corruzione, i campi di formazione antimafia, i progetti relativi al lavoro ed allo sviluppo e le attività antiusura sono alcuni dei concreti impegni di Libera.
Un incontro nell’ambito della IX edizione di “verso nuove frontiere di bioetica”
“Tocca anche alla Chiesa la missione della legalità”
Ancora una volta don Luigi Ciotti ha visitato il Salento e, questa volta, con una duplice meta. Giovedì 29 aprile, infatti, in veste di ospite d’onore e relatore, ha preso parte alla IX edizione degli incontri “Verso nuove frontiere di Bioetica” tenutosi presso il Pal. Codacci-Pisanelli di Lecce. Dopo il suo intervento sul tema “Etica, vale a dire: Con-Responsabilità!”, a pochi chilometri di distanza, presso l’auditorium Giovanni Paolo II della Parrocchia S. Nicola di Squinzano, il “prete-antimafia” ha presentato il suo libro “La speranza non è in vendita”.
Don Luigi, scommesse nel mondo del calcio, corruzione di politici, immoralità nell’utilizzo dei finanziamenti ai partiti: sono solo alcuni degli scandali emersi negli ultimi tempi. Cosa vuole dire in proposito?
Politici compiacenti, se non addirittura collusi con la mafia, sono sempre esistiti. Essi rappresentano le cosiddette zone d’ombra presenti in ogni realtà. Per questo motivo ognuno è chiamato ad interrogarsi: dai politici che ci governano ai magistrati che si impegnano per garantirci giustizia, dalle forze dell’ordine al mondo della Chiesa.
Gli scandali odierni portano alla luce le insufficienze della nostra società, perché non si uccide solo con le armi, si uccide con il silenzio, con la delega, si uccide anche non avendo il coraggio della denuncia e della parola.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: la forza della mafia non sta dentro la mafia, ma fuori di essa! I mafiosi non sono nessuno. La loro forza proviene dai professionisti che si mettono al loro servizio per fare grandi operazioni commerciali, per giocare in borsa, nell’alta finanza; la mafia accresce il suo potere approfittando del momento difficile di piccole e medie imprese alle quali presta denaro cui seguirà inevitabilmente l’usura. La mafia la si trova ovunque c’è da guadagnare: nel calcio scommesse, nel doping, nello smaltimento dei rifiuti. Ed è per questo che oggi, tanti ordini professionali firmano i “protocolli di legalità” ma, si sa, non basta una firma.
Qual è il compito della Chiesa in un mondo che è, su più fronti, inficiato dalla presenza mafiosa?
La Chiesa ha la responsabilità di interferire quando viene calpestata la dignità, la libertà, la giustizia, la vita delle persone; abbiamo questa responsabilità di esserci con umiltà, coi piedi per terra, costruendo un noi che operi insieme. Non so cosa farmene dei “codici antimafia” perché il primo testo antimafia, se venisse rispettato fino in fondo, è la Costituzione Italiana. L’art. 4, ad esempio, ci invita a mettere in gioco le nostre forze per il bene materiale e spirituale del Paese. Lo stesso invito alla con-responsabilità è presente nel documento “Educare alla legalità” (1991) in cui leggiamo: “Il cristiano non può accontentarsi di enunciare l’ideale e di affermare i principi generali. Deve entrare nella storia e affrontarla nella sua complessità”. La comunità cristiana, sensibile alle esigenze della promozione integrale dell’uomo e al bene comune, è chiamata ad offrire il proprio contributo alla crescita della legalità. Pur consapevoli che gli obiettivi della chiesa sono di ordine morale e spirituale, di fronte al bisogno di trasparenza, di chiarezza, di giustizia, di contrasto alle varie forme di illegalità che calpestano la libertà e la dignità umana, noi dobbiamo assumerci la nostra quota di responsabilità. Io, qui oggi, rappresento un “noi” fatto di tante persone, tante realtà, tante fatiche, tante speranze. E aveva ragione don Tonino Bello quando diceva che “La chiesa è per il mondo, non per se stessa”.
Cosa si deve fare per i cosiddetti “figli della mafia”, quei giovani che, vivendo in un contesto mafioso, riconoscono la propria identità e il loro senso di appartenenza nell’organizzazione criminale?
I nostri ragazzi hanno bisogno di relazione, di comunicazione, ma soprattutto di trovare punti di riferimento veri, coerenti e credibili, capaci di intercettare le loro domande, esplicite o mute che siano. Hanno bisogno di qualcuno che sia responsabile perché la responsabilità non si predica, non si insegna: la si vive e la si deve testimoniare.
Don Pino Puglisi sentiva fortemente questa responsabilità educativa. A Brancaccio l’unica scuola media era ubicata all’interno di un palazzo di civile abitazione di proprietà della mafia, cui lo Stato pagava l’affitto. Don Puglisi si batteva per avere una scuola vera, dignitosa, sicura. Fu minacciato e, tre giorni prima di essere ucciso, lanciò un appello ai protagonisti dell’intimidazione: “Parliamone, spieghiamoci, vorrei conoscervi e conoscere i motivi che vi spingono ad ostacolare chi cerca di educare i vostri bambini alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori della cultura e dello studio”. Un atto di amore, oltre che di responsabilità. Un coraggio che rivedo in quelle persone “speciali” che ogni settimana si recano nelle carceri minorili italiane per mettere il proprio sapere a servizio di chi è cresciuto in ambienti mafiosi e ne ha, purtroppo, seguito le orme. Stefania Grasso (figlia di Vincenzo Grasso, imprenditore della locride ucciso con un’autobomba per essersi ribellato al pizzo), Deborah Cartisano (figlia di Lollò Cartisano, fotografo sequestrato dalla ‘ndrangheta e morto durante la prigionia), Dario Montana (fratello di Beppe Montana, commissario ucciso dalla mafia), Lorenzo Clemente (marito di Silvia Ruotolo, uccisa dalla camorra per errore), Paolo Siani (fratello di Giancarlo Siani, giornalista assassinato dalla camorra)… Sono solo alcuni tra i familiari delle vittime di mafia che hanno scelto di andare nelle carceri minorili, assumendosi la responsabilità di educare quei ragazzi. Un “miracolo” che si realizza senza far rumore, nell’umiltà di chi trova persino il coraggio di incontrare e dare un supporto educativo all’assassino del proprio figlio.
Considerando la sua esperienza, crede che quanto si sta muovendo sul fronte legislativo, congiuntamente all’azione del volontariato cattolico, sia efficace in Italia?
So solo che le mafie non moriranno mai se non cambiano due cose: la politica e noi.
Innanzitutto dovrebbe cambiare un certo modo di essere della politica, perché c’è bisogno di leggi giuste e strumenti giusti che mettano la Magistratura nelle condizioni di far bene il proprio lavoro; in secondo luogo credo che si ci sia bisogno di meno leggi e più legge. Senza un profondo rinnovamento etico nelle coscienze, senza la necessaria assunzione di responsabilità, le riforme istituzionali rimarranno ambigue, compromesse, vuote. Di certo ci sono molte note positive ma la questione dei beni confiscati dimostra che la volontà di cambiare è frenata dal potere economico che ha preso il sopravvento: circa 3500 sono, infatti, i beni immobili confiscati che non possono essere utilizzati perché sotto ipoteca bancaria. Le banche sono forti quando la politica – e la democrazia – è debole, ma di fronte a tante situazioni di politica incoerente, lontana da se stessa, non si risponde fuggendo dalla responsabilità ma assumendone di maggiori per costruire percorsi diversi!
Quanto a noi, invece, mi basta far riferimento ai fatti. Se oggi 1200 associazioni cooperano contro la criminalità, ma soprattutto se oggi le mafie devono restituire i loro beni alla collettività è grazie alla con-responsabilità dei cittadini che hanno raccolto le firme affinché ciò si realizzasse. E ancora, se oggi a Torchiarolo, a Mesagne, a San Pietro Vernotico e in tantissime altre zone d’Italia ci sono delle cooperative che, riutilizzando un bene confiscato alla mafia, offrono lavoro a tanta gente, è perché c’è la speranza e la volontà di cambiare. E aveva ragione S. Agostino quando diceva che “la speranza ha due figli: la rabbia nel vedere come vanno le cose e il coraggio nel vedere come potrebbero andare”… È normale che ci venga rabbia, ma non fermiamoci ad essa!
L’abbiamo vista combattere contro la mafia, perennemente contrastato da criminali senza scrupoli, ha denunciato senza remore alcuno… Viene spontaneo chiederle: ha mai paura ?
Sono cosciente dei miei limiti, delle mie fragilità, dei miei errori, ma non ho mai fatto sconti a nessuno, né a me stesso né agli altri. Denunciando, mi son creato dei nemici ed è chiaro che un po’ di preoccupazione, fatica e a volte disorientamento c’è, ma è umano. Bisogna continuare ad operare e ad allargare il numero di persone che si assumono la propria responsabilità perché dobbiamo essere tutti bersagli di un cambiamento: io che ne parlo, tu che scrivi e tutti coloro che si adoperano per la legalità. Ognuno ha la responsabilità di non lasciare soli quanti sono impegnati contro la mafia! La strada non è sempre facile né comoda, gli ostacoli sono certamente tanti ma bisogna aver fiducia perché se si lavora insieme la società ne beneficia: d’altronde, un rinnovamento non può essere opera di navigatori solitari.
BENI CONFISCATI NEL SALENTO
PROVINCIA DI LECCE 146
LECCE 54
SQUINZANO 12
UGENTO 11
GALLIPOLI 8
CAMPI SALENTINA 7
GALATINA 6
RACALE 6
TAURISANO 6
TREPUZZI 5
CASARANO 4
PORTO CESAREO 4
SURBO 3
CAVALLINO 3
GALATONE 3
MARTANO 2
ALLISTE 2
CASTRIGNANO DEL CAPO 2
VERNOLE 2
MONTERONI DI LECCE 2
MATINO 1
NARDO 1
SALVE 1
LIZZANELLO 1
Dati aggiornati al 1 marzo 2012
Il “martirio” di Renata Fonte… Il prezzo alto della legalità
Tra le prime donne della provincia di Lecce impegnate nella politica, assessore presso il comune di Nardò, Renata Fonte è un nome da annoverare tra gli eroi del Salento. Fin dai primi incarichi istituzionali, Renata è stata un personaggio che in molti hanno definito “scomodo”. Donna difficile al compromesso, veicolava la sua lotta per la legalità, la democrazia e la giustizia attraverso i microfoni della piccola emittente locale, RadioNardò1.
A contraddistinguerla fu soprattutto l’amore per la sua terra, amore che la spinse a difendere dalla lottizzazione e dalla speculazione edilizia il parco naturale di Porto Selvaggio. L’iniziativa condotta dal “Comitato per la salvaguardia del parco naturale di Porto Selvaggio”, capeggiato dalla stessa Renata, ottenne vasto consenso tra l’opinione pubblica, ancor più dopo l’emanazione da parte della Regione Puglia di un’apposita Legge di tutela del parco, ancora oggi vigente. Successivamente, la Fonte vinse le elezioni comunali, scavalcando un noto personaggio locale, Antonio Soriano, conosciuto come il “procuratore di pensioni per finti invalidi”.
Il 31 marzo 1984, a soli 33 anni venne assassinata con tre colpi di pistola, vittima delle ingiustizie e delle prevaricazioni in una realtà – quella propria dell’Italia meridionale in quegli anni – che vive il pericoloso intreccio tra potere politico e malavita organizzata. Terminò così la vita di una giovane donna che aveva avuto il coraggio di perseguire i suoi ideali impugnando le sole armi dell’onestà e della perseveranza.
Serena Carbone
Squinzano/ Auditorium Giovanni Paolo II: Un incontro che ha lasciato il segno
Don Luigi Ciotti è stato il protagonista di un incontro che, noi giovani di AC di Squinzano insieme all’Associazione Culturale “Lolek”, abbiamo fortemente desiderato e con grande soddisfazione ottenuto.
Un uomo dal grande senso di umiltà che, carico di entusiasmo coinvolgente, nell’auditorium “Giovanni Paolo II”, ha mantenuto alta, per più di un’ora, l’attenzione di una sala gremita di gente. Con silenziosa partecipazione tutti hanno seguito ogni sua parola e non sono mancati applausi e consensi, certamente nati dalle coscienze scosse da un presente che delude e che inganna, da una società che ha perso i connotati di civiltà e legalità.
Diversi i temi affrontati: corresponsabilità, continuità, condivisione… ma soprattutto l’attenzione proiettata sul “noi”: la speranza nasce dalla capacità di venir fuori dall’individualismo,di combatterlo, contrastarlo ogni giorno nei nostri ambienti di vita e di lavoro! Individualista è la coscienza mafiosa, corrotta, la coscienza di coloro che hanno perso il senso dello Stato e dell’essere comunità.
“Condivisione è sapere che da soli non andremo da nessuna parte”, dice don Ciotti che continua poi affermando senza mezzi termini che il nostro Paese sta vivendo un coma etico, “abbiamo toccato in molti contesti un degrado morale devastante”. Infine ha ricordato che sono solo due i testi di riferimento da seguire: la Costituzione Italiana, primo vero testo antimafia, e il Vangelo; senza paura e senza vergogna dobbiamo contribuire a preservare i principi in essi contenuti e pensare che la giustizia non sia solo un’illusione.
Angela Metrangolo















