Don Tonino Bello, per non sentirci mai soli
PIANGERE PER LA PACE
Poi, in occasione della Guerra del Golfo, ricordo che ogni giorno guardando le scene cruente alla tv e sentendo parlare di guerra preventiva perpetrata per la democrazia di un popolo don Tonino aveva gli occhi lucidi di lacrime, avrebbe voluto piangere, e mi disse: “Scorgo l’intima natura delle cose”, infatti bisogna capire fino in fondo cosa c’è dentro ogni cosa. Eppure egli non ha mai fatto pesare la sua cultura a nessuno, amava discernere diverse discipline, soprattutto teologia e matematica che considerava entrambe tendenti all’infinito.
Don Tonino era tanto vicino a Dio da amare l’uomo intensamente. La solitudine si evince anche dalle sue lettere a Gesù dove si legge: “Anch’io spesso mi sento solo”, quale invito a riflettere… – quante volte questo pastore lo abbiamo lasciato solo – ed egli continua: “Signore perché non vieni tu nel mio giardino”, ossia chiede: “Signore vieni tu nella mia vita”. Chi conosce la vita di don Tonino non può non ricollegarne ogni evento ad una pagina della Scrittura. Amava gli uomini ad un punto tale da vedere Dio in ognuno dei volti incontrati, chi lo ha conosciuto, infatti, pensa di essere stato suo prediletto perché amava tutti, un amore che non si limitava solo alla gente del suo paese, ma a tutti coloro che incontrava sul proprio cammino.
DONO E PERDONO
Il suo ricordo induce sostanzialmente alla conclusione che don Tonino sia stato inviato dal Padre affinché non ci sentissimo soli e perché non pensassimo che Dio si sia dimenticato di noi. Egli riuniva in sè qualcosa di antico e di nuovo allo stesso tempo come l’esperienza del buon samaritano vissuta tra Gerusalemme e Gerico, parimenti quella di don Tonino vissuta tra Molfetta e Terlizzi aprono una nuova dimensione messa in luce oggi da Papa Francesco che riporta alle menti don Tonino sia nello sguardo sia nello stile, questo stare tra la gente, questo vivere accanto agli altri, in mezzo al popolo, le parole contro la guerra e i messaggi per far tacere le armi: “Guerre violente, subdole, cinte da un silenzio assordante e complice che genera nuove periferie”.
Infatti, il Papa e don Tonino rappresentano il concetto di una Chiesa collocata in periferia di chi ha vissuto sulla frontiera “con la propria croce issata fuori dall’abitato, quella croce che sintetizza le periferie della storia ed è il simbolo di tutte le marginalità della terra. Ma è anche luogo di frontiera, dove il futuro si introduce nel presente, allagandolo di speranza. Oggi stiamo vivendo l’epoca della transizione. Scorgiamo le pietre terminali delle nostre secolari civiltà. Addensàti sugli incroci, ci sentiamo protagonisti di un drammatico trapasso epocale, quasi da un’èra geologica all’altra. Dobbiamo salire sulla croce. E lo facciamo ogni volta che siamo chiamati a quella forma di martirio, straziante e dolcissimo, che si chiama perdono, nel cui oceano, in questo momento, vorremmo chiedere al Signore di poter tutti naufragare”. Una vita vissuta all’insegna del dono, anzi del perdono.
Giancarlo Piccinni
















