DON TONINO INEDITO… NELLA TERRA DEI SUOI SOGNI
ED ORA VIVE NELLA TERRA DEI SUOI SOGNI
PAGINE DI DIARIO, UN CAMMINO IN CRESCITA
Nei Diari del 1960-1962, don Tonino spalanca la finestra della sua anima. Niente turba la serenità del suo spirito. Gli impegni giornalieri lo assorbono tra ore di scuola impartite ai ragazzi del seminario e i contatti frequenti con confratelli, parenti ed amici. È in pace con se stesso don Tonino tanto che scrive sul diario del 10 maggio 1960: “Mi sono confessato e senza dubbio il torrente di luce che la confessione ha riversato nella mia anima, mi ha dato una incontenibile gioia di vivere”. Sono desideri che prorompono dall’animo di chi ama la vita sente nel cuore viva la presenza di Dio e ne ammira la grandezza. Ne fa fede questo brano poetico che poniamo all’attenzione del lettore: “Ho visto stasera dall’ampia veranda che si affaccia sull’Adriatico, il sorgere della luna. Una falce rossa di sangue. Dopo un’ora, si libra già nel cielo sereno e trema sulle acque tranquille. Laggiù, in fondo, qualche lampara. A occidente, il firmamento brulica di costellazioni. Sullo specchio dell’acqua si è aperto frattanto un solco di luce. Dove conduci interminabile sentiero d’argento? Per quale viandante hai spiegato sulle acque nere dell’oceano il tuo fosforescente tappeto!”. Dinnanzi a questa incantevole visione, dove cielo e terra sembrano congiungersi in una simbiosi armoniosa di intenti è bello assaporare l’ebbrezza della grandezza di Dio. È innamorato di Dio don Tonino. Dio è il suo compagno di viaggio che gli infonde fiducia e speranza anche se la vita non gli risparmia amarezze e delusioni cocenti che gli impediscono di vedere oltre quel muro di cinta dove tutto è inutile e vacuo. “Stasera sono profondamente stanco”, scrive sul diario il 24 marzo del 1962. “Mi sento avvilito, dimenticato, trascurato, disprezzato e soprattutto mal ripagato da tutti con una irriconoscenza che mi mette paura. Mi sento stanco e solo, tremendamente.
Consumo tra i ragazzi la mia giovane vita, la spendo per loro, son felice quando posso ingranare con loro, non ho altro scopo che loro e poi… mi vedo così vilipeso il dono sincero e puro che faccio di me. Passo lentamente le mie giornate fra le pareti del seminario e mi brucerebbe invece l’ardore di scavalcare i continenti. Che tristi domeniche! E nessuno che abbia il tatto delicato di capirmi”. Emerge da queste parole un’umanità viva, “dove anche le imperfezioni sono trasfigurate dall’azione sanante e trasformante della grazia”. In una pagina del diario (lunedì 2 aprile 1962) don Tonino traccia il profilo di se stesso: “Sono un impasto di mansuetudine e di ira, di superbia e di modestia, di bontà e di durezza. Sono un intruglio di fervore e di frigidezza, di dissipazione e di raccoglimento, di slanci impetuosi e di apatica immobilità. Sono un polpettone di carne e di spirito, di passioni indomite e di mistiche elevazioni, di ardimenti coraggiosi e di depressioni senza conforto. Dio mio, purificami da queste scorie in cui naviga l’anima mia; fammi più coerente, più costante. Annulla queste misture nauseanti di cui sono composto, perché io ti piaccia in tutto, o mio Dio”.
UGENTO NEL CUORE E I SUOI SEMINARISTI
L’11 ottobre del 1962 don Tonino va a Roma per accompagnare come perito teologo, mons. Giuseppe Ruotolo. La città lo affascina. Tra volti bianchi e neri, turbanti curiosi, mitre e padri conciliari in corteo, sciami di suore, nugoli di seminaristi, comitive di turisti e un persistente mareggiare di macchina chiarissima e cristallina si distingue la voce del Papa. Ma lo spettacolo umano che gli sfila davanti non gli fa dimenticare Ugento e il suo seminario. E dopo 10 giorni di soggiorno romano forte è il suo desiderio di tornare tra i suoi seminaristi ai quali cerca di trasmettere serena gaiezza, entusiasmo giovanile, freschezza spirituale ed energia interiore con lo stesso entusiasmo con cui egli stesso li vive. I testi che qui proponiamo sono un incoraggiamento all’impegno e alla vita di grazia: “Occhio alla rotta. Mano al timone.
Raddrizza il cammino e scruta lontano sul mare. Su questo mare che al di là dell’orizzonte accarezza spiagge solitarie e lambisce arene sconosciute…. su questo mare che ti risveglia nel petto un misterioso desiderio di terre lontane… su questo mare che con la sua quiete e con le sue paurose bufere ti parla della sconfinata grandezza di Dio. Non ti dimenticare che Dio ha bisogno di te. Gioisci, inebriati di felicità. Mantieniti però in contatto radio con Colui che solo può darti la gioia”. Tra i tanti brani che animano la spiritualità di don Tonino, non poteva mancare la preghiera che rivolge alla Madonna: “Vergine benedetta, ricordami che la purezza è la virtù dei forti. Che essa non è un giogo che piega la fronte di un giovane, ma che, al contrario, facilita la mia ascesa verso le vette. Degnati di colmare la mia anima di serenità e che l’amicizia di Gesù mi sia più cara di tutte le ebbrezze del male. Lascia che mi getti, Madre purissima, tra le tue braccia. Ti dono tutto il mio corpo sollecitato dal male, la mia fantasia turbata, il mio cuore troppo sensibile, la mia volontà tentennante. O Maria, o Santa Maria, dammi la purezza, la pace, la serenità dei miei primi anni quando preferivo a tutte le cose l’amicizia di Gesù”.


















