Dopo gli Esami di Stato/Giovani, il diritto alla Speranza non può essere mai negato
Esattamente alle ore 15.00 di mercoledì, 20 giugno, imperlato di sudore, lo studente si era lasciato alle spalle il pesante portone del Liceo. Era visibilmente deluso. Aveva impiegato più d’un’ora, leggendo e rileggendo le sei lunghissime pagine, sulle quali gli ispettori ministeriali avevano scritto le tracce dei temi di Italiano.
Non riusciva a decidere la scelta del tema da svolgere. Non gli era piaciuto il tema sul giornalista Montale e su quel suo grigio ammazzare il tempo. Può ammazzare il tempo chi ha già avuto dalla vita quel che aveva sperato di ottenere, o colui che non ha più il tempo per sperare. Ma chi, come un diciottenne, si attende che la vita gli schiuda orizzonti ottimistici, mal sopporta l’idea di trascorrere il tempo nel vuoto senza attesa di significato.
Per il giovani il tempo va impegnato, altro che ammazzato. Allo stanco maturando non era piaciuta neppure la pomposa traccia sul labirinto, che il Ministro Profumo aveva proposto come fosca metafora del laborioso sforzo che ogni uomo sembra debba fare, per risolvere i dubbi esistenziali d’un pianeta con quasi sette miliardi di anime.
Il giovane non aveva apprezzato neanche la traccia sullo sterminio degli Ebrei, perché, ripercorrendo i ricordi del Giorno della Memoria, cui aveva partecipato per cinque anni ogni 27 gennaio, non riusciva ad accettare l’idea che, dopo quasi tremila anni di ricerca del senso della vita e del mondo, un’intera classe dirigente della Nazione di Goethe, Kant ed Einstein, avesse potuto programmare sulla carta lo sterminio di sei milioni di Ebrei, con la lucidità e con la freddezza con la quale lo staff d’un’azienda progetta un nuovo motore. Asciugandosi la fronte imperlata dall’inclemente Caronte, il giovane studente disse che si sarebbe atteso un tema un po’ meno pessimistico. M’aspettavo – ripeteva lo studente – una traccia che mi avesse permesso di parlare del nostro futuro con toni serenj e fiduciosi, così come si conviene a persone che, terminato il ciclo di studi pre-universitari, devono affrontare la vita in termini positivi.
Perché ci si deve chiedere di parlare sempre di crisi, di labirinti, del triste Paul Nizan e della sua tremenda frase “Non permetterò a nessuno di dire che questa. Dei venti anni, è la più bella età della vita”. Da docente d’ateneo vissuto fra i giovani, Profumo avrebbe potuto proporci di dire quel che a 18 anni ci si può proporre di fare, per liberare il nostro domani dal senso di preoccupazione e, persino, dall’angoscia, con i quali la cultura dominante di oggi tenta di toglierci il diritto alla speranza, che spetta ai giovani così come agli uccelli l’azzurro del cielo.
Fabio Scrimitore
Dirigente scolastico














