Pubblicato in: Gio, Gen 29th, 2015

Quirinale/Il Senatore De Giuseppe racconta…

IO, CANDIDATO DI BANDIERA

Ho preso parte a tre elezioni del Capo dello Stato ed in tutte e tre, per gli incarichi di partito o di aula, ho vissuto quei momenti con partecipazione di­retta. Ero presidente del gruppo parlamentare dei senatori della Dc quando venne eletto Sandro Pertini e vice presidente vicario del Senato quando alla suprema magistratura furono chiamati Francesco Cossiga ed Oscar Luigi Scalfaro. Di quel che accadde, in parti­colare, durante l’elezione del Capo dello Stato nel 1992 – conclusasi con il successo della candidatura di Oscar Luigi Scalfaro dopo sedici inutili votazioni soltanto il giorno dopo l’assassinio di Falcone, di sua moglie e della scorta ad opera della mafia, a Capaci – ho scritto nel mio libro di ricordi politici “Una vita non basta”. Vale la pena accennare ora, anche per richiamare un altro aspetto della complessa pro­cedura per l’elezione del capo dello Stato, alla candidatura di bandiera. Quando i partiti non raggiungono subito l’accordo sul nominativo da votare, come accadde soltanto per Cossiga e Ciampi, i gruppi preferi­scono, anche per verificare la loro tenuta, far votare i propri componenti per un candidato di bandiera, circonlocuzione che vuol dire candidato di attesa per confluire, poi, sul nomina­tivo concordato.

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Nell’elezione del 1992 fui indicato io quale candidato di bandiera. Accettai la designazione dopo essermi assicurato che la Direzione era stara unanime. Per altro, ero in ottima compagnia: il partito della sinistra aveva indicato Nilde Iotti, i socialisti Giulia­no Vassalli ed i repubblicani Giovanni Spadolini. Nelle prime tre votazioni i grandi elettori democristiani erano confluiti sul mio nominativo senza difficoltà quando un giornalista, bene introdotto, mi confidò che il Msi si apprestava a votare il mio nominativo, senza fare pubbliche dichiara­zioni. Se ciò fosse accaduto, forse sarei stato eletto, ma il Paese ed il mio partito si sareb­bero trovati ad affrontare una situazione ancora più grave di quella che fu necessario sbro­gliare nel 1960 con il governo Tambroni sostenuto dal voto determinante dei neofascisti. Non perdetti un minuto e cercai di convincere il segretario del mio partito, Arnaldo Forlani, che era il candidato naturale del centro-sinistra, a porre subito la candidatura. La mia insistenza fu condivisa. In conseguenza, i gruppi della Dc si astennero alla quarta votazione e, con gli altri grandi elettori del centro-sinistra, votarono Forlani alla quinta e alla sesta votazione. Un manipolo di franchi tiratori tra i grandi elettori democristia­ni e socialisti impedirono, però, a Forlani di ottenere la mag­gioranza qualificata dei voti e, così facendo, hanno contribuito a cambiare il corso della storia politica italiana. Erano, infatti, gli anni in cui cominciava a soffiare la tempesta di tangen­topoli ed il centro-sinistra non ritrovò più, dopo quella sfortunata vicenda, una linea politica comune.  

CHI SONO I FRANCHI TIRATORI

A questo punto, più che insi­stere sulle vicende passate, per altro note, è più utile tentare di rispondere a due domande per comprendere le difficoltà che hanno quasi sempre accompa­gnato le elezioni del presidente della Repubblica. Perché entra­no in azione i franchi tiratori e quali potrebbero essere i rimedi per evitare il loro ruolo oscuro? Alla prima domanda, la risposta è che i franchi tiratori sono, come l’esperienza ha dimo­strato, ineliminabili. Il voto è segreto e la platea degli elettori vastissima. A rendere certamen­te segreto il voto, contribuì una decisione che il Presidente della Camera, Scalfaro, ed io, che lo affiancavo in qualità di Vice Presidente Vicario del Senato, adottammo nelle votazioni del 1992 ed ancora è in vigore. Avevamo notato, che, una volta in possesso della scheda, l’elettore scriveva il nominativo alcune volte lontano da occhi indiscreti ma, il più delle volte, attorniato da altri colleghi. Bisognava porre rimedio e sta­bilimmo che fossero sistemate, sotto la tribuna della presiden­za, quattro cabine. Decidemmo anche che le schede fossero consegnate all’elettore soltanto al momento in cui stava per attraversare la cabina. Dun­que, voto sicuramente segreto. Proprio perché segreto, le tentazioni tra i grandi elettori di strumentalizzarlo possono essere molteplici. In questa tornata voteranno 630deputa­ti, 321 senatori e 58 delegati regionali. Complessivamente 1009. Anche piccoli sposta­menti possono impedire di raggiungere i 670 voti necessari nelle prime tre votazioni ed i 505 nelle tornate successive.

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È accaduto in passato, non è escluso – spero di no – accada nei prossimi giorni. Perché ci sono i franchi tiratori? È difficile rispondere, trattan­dosi di comportamenti che possono essere determinati dai più diversi sentimenti e situazioni, i quali vanno dalle antipatie personali, al tenta­tivo di rafforzare o affossare una linea politica, al desiderio di avviare un nuovo corso politico e, perché no?, a sentirsi protagonisti di vicende dalle quali spesso ci si sente esclusi. È la vendetta dei parlamentari di serie B che, non occupando posti al governo e neppure nelle assemblee legislative, colgono l’occasione per sentirsi protagonisti. Simile groviglio ­di motivazioni avviene al di fuori del democratico controllo dei cittadini i quali, alla fine, anche per contorcimenti che non capiscono, sentono estra­nea la politica. Il progressivo disinteresse degli elettori nasce, infatti, quando le vicende sono oscure ed inspiegabili.  

IL RIMEDIO: L’ELEZIONE DIRETTA

La seconda domanda è se sia possibile evitare che l’elezione del presidente della Repubblica immobilizzi il Paese per setti­mane e scateni manovre demo­craticamente poco convincenti. A mio parere, l’unico rime­ dio è l’elezione diretta del capo dello Stato da parte dei cittadini. Avviene in quasi tutte le repubbliche, dagli Usa alla Francia. Perché non sarebbe possibile anche da noi? L’argo­mento più diffuso per opporsi a tale soluzione è che il capo dello Stato rappresenta l’unità nazionale. Esercitare tale ruolo, se eletto con il 50.1% dei voti, sarebbe difficile. L’argomento non è convincente. Ora, dalla quarta votazione, il capo dello Stato può essere eletto proprio dal 50,1% dei grandi elettori.

Costituzione-italiana

Non è più democratico farlo eleggere dai cittadini anche se con il 50,1% dei voti? Per altro, i sindaci dei comuni con popo­lazione superiore ai 15.000.00 abitanti sono designati dai cit­tadini, i quali eleggono anche i presidenti delle regioni. Sindaci e presidenti non rappresentano, forse, la loro comunità e non hanno, proprio per l’elezione diretta, vincoli più diretti e saldi con i cittadini? Il problema vero è che bisogna riscrivere la seconda parte della Costituzione, quella ordina­mentale, dall’art. 55 in poi. È tempo di farlo. Sono norme non più adeguate. Bisognerebbe, però, non cambiarle, come si sta facendo ora, poco alla volta, perché gli istituti sono tra loro interconnessi e mal si prestano a rattoppi separati.  

AMMODERNARE LO STATO

Di cambiamento della seconda parte della Carta se ne parla dal 18 gennaio 1983, quando il Senato approvò una mozione per la istituzione della prima Commissione per la Riforma della Costituzione, quella che fu presieduta da Aldo Bozzi. La mozione reca la firma dei tutti i presidenti dei gruppi parlamentari di quello che veniva definito, allora, arco costituzionale. Io sono orgo­glioso di averla firmata a nome della Dc. Trascorsi più di trenta anni, ritrovo il tracciato ancora attuale e valido per ammoder­nare lo Stato, per rafforzare la democrazia nella coscienza dei cittadini, per rendere il nostro Paese capace di svolgere il suo ruolo importante nel mondo globalizzato.

Cossiga

Nel coraggioso messaggio alle camere del 25 giugno 1991, il Presidente della Repubbli­ca, Francesco Cossiga, aveva ipotizzato l’elezione, da parte dei cittadini, con il metodo proporzionale, di un’assem­blea costituente composta da un limitato numero, la quale in tempi definiti, riscrivesse la parte ordinamentale della Costituzione. I partiti erano e, forse, sono ancora contrari per­ché verrebbero privati di una competenza che detengono, ma non hanno saputo, purtroppo, utilizzare. Se Renzi scioglierà questo nodo, l’Italia potrebbe avere gli strumenti per essere veramente moderna ed efficien­te in Europa e nel mondo. 

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