Emilio Colombo, l’Europa nel cuore
Considerò, in ogni sua manifestazione, la politica un esigente servizio da rendere alla centralità dell’uomo e della Comunità, lievitando, anche da studioso delle cose economiche, attenzione e soccorso verso i più deboli, resi quasi esuli e marginali dal pubblico potere. Fu premuroso sostenitore di un moderno meridionalismo, passando da positive e originali intuizioni a programmi fattuali e incisivi, reclamando il riscatto dovuto e sollecitando cultura, dignità, partecipazione e giustizia sociale.
Mai – nel rivendicare diritti – si presentò con il cappello in mano per ricevere patetici oboli di presunta riparazione. Di frequente, in sella di un mulo (questa la sua auto blu), percorse – in lungo e in largo – l’aspra, quasi inaccessibile, sua terra natia di Basilicata. Colloquiò, persona a persona, con la gente nelle piazze, nei tuguri e negli antri dei “Sassi” di Matera. Irrobustì, in tal modo, la conoscenza antropologica e territoriale. Denunciò a Roma l’immenso disagio e il secolare abbandono, chiamando, per primo, il trentino Alcide De Gasperi a conoscere i drammi lucani e del Mezzogiorno, luoghi di Eletti Spiriti ma anche groviglio di miserie desolanti e inascoltate.
Si distinse come fautore e attuatore della grande rivoluzione della ricordata “riforma agraria”, che seguì, dovunque, passo dopo passo, assorbendo insegnamenti, rettifiche e spinte a consequenziali rimedi. Seppe estendere la sua missione di risveglio all’intero Mezzogiorno d’Italia, che riportò alle premure dell’Europa Comunitaria, sfruttando le sue ragguardevoli conoscenze in materia economica, riconosciute a livello mondiale sino a meritare il prestigioso premio “Carlo Magno” e la “medaglia Monnet” per gli alti meriti acquisiti nel processo di integrazione comunitaria. D’altronde, Emilio Colombo è stato, in primissima fila, un costante europeista, convinto e illuminato da Padre Costituente, ultimo a morire, si è mantenuto intransigente custode e assertore del valore della Costituzione.
Sempre e sino alla sua morte. Pur fiaccato dall’età avanzata, nel 2011, a 91 anni di età, in piena crisi economica e in una Europa sparpagliata, ammonì: “Oggi serve più Europa, maggiore consapevolezza unitaria, respingendo l’illusione delle scorciatoie, affidati ai singoli Stati. È impossibile – sosteneva – uscire dalle difficoltà da soli, presumendo capacità eroiche, quasi temerarie”. E ancora: “l’Europa è stata la stella polare della mia vita politica”. In più, presiedendo il 15 marzo scorso, la prima seduta del Senato, eletto in febbraio, affermò: “Si ha bisogno di un Europa non solo forte ma anche giusta, aperta alle istanze del rigore ma anche alle esigenze dello sviluppo con la voglia di un aggiornato cammino unitario”. E in tema di Costituzione aggiunse: “Ci deve sostenere il costante riferimento alla Costituzione repubblicana e alle regole sancite”.
In contempo, avvertì che “una contrapposizione statica delle differenti interpretazioni culturali, etiche e politiche porterebbe solo paralisi istituzionale e conseguenze drammatiche. In sintesi, sino a “volare”, questa volta, verso i Cieli dell’eternità’, spese tutto se stesso per l’Italia, per l’Europa, per la Costituzione, per il bene comune e per la concordia civica, convinto che le “legittime contrapposizioni possono divenire energie creative e rigeneratrici della nostra vita pubblica”. Un testamento scolpito nel suo cuore sin dal 1946 e riconfermato, intatto, negli ultimi giorni della sua vita terrena. Una luminosa fedeltà a nobili, essenziali principi, che vanno oltre la morte e a noi, smarriti, consegnano speranza.
Giacinto Urso















