Feste di fine ‘800… Prediche e Arie liriche
Le testimonianze storiche de “Il Vessillo di Verità”…
Può essere interessante conoscere la modalità delle celebrazioni civili ed ecclesiali alla fine dell’Ottocento, per approfondire l’antica e intensa devozione della popolazione salentina verso S. Oronzo e i Santi Giusto e Fortunato. Naturalmente, essa raggiunge il culmine nelle annuali festività patronali: si può, pertanto, approfondire tale tradizione indagando su alcune fonti riguardanti l’anno 1890. Nei giorni delle celebrazioni, la città di Lecce fu letteralmente “invasa” da devoti e forestieri, che dal primo mattino, utilizzando, in modo massiccio i cavalli e i treni, raggiunsero il capoluogo, dove una grande folla assistette alle celebrazioni in Duomo occupando tutte le navate e il cappellone e ogni posto disponibile, vivendo “quasi senza aria”. Il programma prevedeva la celebrazione della messa da parte di mons. Zola, ma il vescovo fu sostituto per un’indisposizione da mons. Sellitti, del clero leccese. È molto significativo che l’intenso legame religioso e la fortissima devozione fossero enfaticamente testimoniati dall’appellativo di vescovo “promartire della Japigia”. Terminata la liturgia eucaristica, ci fu l’attesa “Orazione Panegirica” con l’elogio a San Giusto, portatore della civiltà della Croce nelle contrade salentine, a Sant’Oronzo, missionario del Vangelo, a San Fortunato, apostolo di civiltà. Nei momenti rituali, prevalevano innanzitutto le esibizioni della musica strumentale ed i canti. Programmati con moltissima cura e frequentemente fonte di discussioni da parte dei numerosi appassionati. Comunque ardentemente attesi, accolti con massima attenzione, persino fatti replicare. La musica faceva da indiscussa padrona con grandi musicisti invitati a esibirsi, come il soprano e assolo: cancellare Cesari, ma soprattutto l’assolo di Cotogni che dopo aver ammaliato platee di varie parti del mondo, come Londra, Parigi, Pietroburgo, incantò gli ascoltatori nel Duomo gremito sino all’inverosimile.
Anche il quintetto formato da Cotogni, Capocci, Bonucci, Cesari ed un contraltino riuscirono ad entusiasmare i presenti. Fra le esibizioni di rinominati personaggi, la gente aspettò con grande emozione il “Salutarias Hostia”, celebre composizione di Morioni, e la musica di “Bella premunt hostilia”, tanto che poi un gruppo di Sacerdoti e altri fedeli chiesero una seconda esibizione, poi eseguita durante i vespri. La festa, comunque, era certamente un incisivo momento religioso. Ma pure un grandioso spettacolo composto da varie esibizioni, un evento da godere da parte di poveri e ricchi, cittadini e paesani, clero e laici. Pure i fuochi riuscirono ad essere assolutamente mirabolanti, con i “bolidi”, novità dell’epoca. che illuminarono il cielo mostrando a due riprese nuove composizioni luminose e ventagli di vari colori. Nell’organizzazione si distinsero per la generosità particolarmente due categorie: i giardinieri e i massari leccesi, che offrirono il loro contributo elargendo la somma necessaria per alcuni eventi. Il successo mise pure a tacere le censure che il giornalismo in quei giorni aveva scritto. Il giorno 27 agosto, fu infine dedicato a ringraziare la salvezza dal terremoto avvenuto il 27 agosto 1886. Da notare, infine, che per la documentazione degli straordinari eventi patronali ancor oggi si rivela molto utile il giornale cattolico “Il Vessillo di Verità”, una pubblicazione che attesta l’antica attenzione della gente salentina per la stampa.
Massimiliano Martena
















