Fino all’ultimo respiro… Un grande atto di coraggio
Si parla di eutanasia attiva e passiva. Qualcuno dice di essere contrario a quella attiva ma non a quella passiva. Lei cosa ne pensa a riguardo?
Non vi è una eutanasia buona ed una eutanasia cattiva. Eutanasia significa provocare la morte commettendo azioni che la provocano, es. somministrazione di un veleno, oppure sospendendo una misura terapeutica già in atto d’importanza vitale per il paziente. In entrambi i casi, l’azione è di tipo “commissivo” e l’obiettivo è identico: ottenere in tempi brevi la morte dell’ammalato. Pertanto non vi può essere differenza di valutazione.
Può ricordare qualche sua esperienza nella quale si è trovato ad affrontare un dilemma molto difficile riguardo alle decisioni migliori per la persona malata?
Tante esperienze. Ricordo una signora di quarantacinque anni arrivata in Pronto Soccorso in uno stato di coma profondo che richiese trattamento immediato di rianimazione. Ottenuta la stabilizzazione clinica, indagini successive misero in evidenza un tumore cerebrale già metastatizzato, non suscettibile di alcuna terapia specifica. Cosa fare? Continuare nelle tecniche di rianimazione cardiopolmonare? Sospenderle? Limitarle? È necessario tener presente che la Medicina è una scienza “non esatta “che ha per oggetto un soggetto, cioè l’uomo. È pertanto inevitabile che qualunque decisione comporta la risoluzione di dubbi e dilemmi sul piano non solo tecnico ma anche etico. Tutto ciò fa parte della quotidianità dell’agire medico. Per di più, la limitatezza delle risorse, specie nell’ultimo decennio, ha scaricato sul medico responsabilità di tipo gestionale che tendono a comprimere i suoi spazi di azione. Tutto ciò impone al Medico delle scelte che potranno essere quelle giuste solo se frutto non solo di una attenta riflessione sul piano puramente tecnico, ma anche e soprattutto di una condivisione con l’ammalato quando possibile o i suoi familiari.
Durante la sua carriera professionale, ha mai avuto a che fare con malati terminali che abbiano espresso il desiderio di morire per terminare le proprie sofferenze?
Le richieste “eutanasiche “ da parte degli ammalati sono la conseguenza di una percezione di abbandono e della preoccupazione di essere un “peso” per la famiglia. Pertanto esse diventano sempre più rare sino ad azzerarsi in presenza di adeguati standard assistenziali che prevedano anche un adeguato supporto per la famiglia. Ho avuto la fortuna di fare il medico in contesti in cui l’attenzione verso l’ammalato inteso come persona è stata sempre alta, e nei quali si è potuto organizzare, con l’ausilio degli uffici competenti, una continuità di assistenza ospedaliera – domiciliare, per cui non ho avuto mai richieste concrete e specifiche di tipo eutanasico. È invece frequente la situazione opposta. La pressione dei familiari, e la paura di incorrere in problematiche di tipo medico legale, possono indurre il medico ad intraprendere trattamenti terapeutici futili, sproporzionati, eccessivi, non in grado di apportare reale beneficio all’ammalato.
Poiché in Italia attualmente l’eutanasia non è accettabile, quali altre soluzioni si possono proporre?
È improprio parlare di alternative all’eutanasia. Chi cura un ammalato ha solo il dovere di fare tutto ciò di cui l’ammalato ha bisogno. Quando “non c’è più nulla da fare”, c’è invece “tanto da fare”. Le cosiddette cure palliative con adeguata terapia del dolore, effettuata da medici adeguatamente formati, rappresentano la risposta che il Servizio Sanitario deve dare a chi soffre. Il progresso scientifico ha infatti reso disponibili farmaci e tecniche antalgiche in grado di controllare dolori certamente “insopportabili” in assenza di adeguata terapia. In alcuni casi la sedazione effettuata con potenti farmaci ipnotici ed antalgici trova ampia giustificazione, anche se da essa dovesse scaturire un anticipo dell’exitus, a patto che ci si trovi dinanzi ad una progressione inarrestabile della malattia e quando la fine naturale della vita è prevista in tempi brevi. Tale sedazione “terminale” è cosa ben diversa dalla eutanasia passiva: i farmaci vengono utilizzati nelle dosi opportune per ottenere il sollievo alla sofferenza, che resta l’unico obiettivo dell’intervento medico.
















