Pubblicato in: Gio, Nov 27th, 2014

Fino all’ultimo respiro… Un grande atto di coraggio

Si parla di eutanasia attiva e passiva. Qualcuno dice di esse­re contrario a quella attiva ma non a quella passiva. Lei cosa ne pensa a riguardo?

Non vi è una eutanasia buona ed una eutanasia cattiva. Eutanasia si­gnifica provocare la morte commet­tendo azioni che la provocano, es. somministrazione di un veleno, oppure sospendendo una misura terapeutica già in atto d’importanza vitale per il paziente. In entrambi i casi, l’azione è di tipo “commissivo” e l’obiettivo è identico: ottenere in tempi brevi la morte dell’ammalato. Pertanto non vi può essere differenza di valutazione.

Può ricordare qualche sua espe­rienza nella quale si è trovato ad affrontare un dilemma molto dif­ficile riguardo alle decisioni mi­gliori per la persona malata?

Tante esperienze. Ricordo una si­gnora di quarantacinque anni arriva­ta in Pronto Soccorso in uno stato di coma profondo che richiese trattamen­to immediato di rianimazione. Ottenu­ta la stabilizzazione clinica, indagini successive misero in evidenza un tu­more cerebrale già metastatizzato, non suscettibile di alcuna terapia specifica. Cosa fare? Continuare nelle tecniche di rianimazione cardiopolmonare? Sospenderle? Limitarle? È necessa­rio tener presente che la Medicina è una scienza “non esatta “che ha per oggetto un soggetto, cioè l’uomo. È pertanto inevitabile che qualunque decisione comporta la risoluzione di dubbi e dilemmi sul piano non solo tec­nico ma anche etico. Tutto ciò fa parte della quotidianità dell’agire medico. Per di più, la limitatezza delle risorse, specie nell’ultimo decennio, ha scari­cato sul medico responsabilità di tipo gestionale che tendono a comprimere i suoi spazi di azione. Tutto ciò impo­ne al Medico delle scelte che potran­no essere quelle giuste solo se frutto non solo di una attenta riflessione sul piano puramente tecnico, ma anche e soprattutto di una condivisione con l’ammalato quando possibile o i suoi familiari.

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Durante la sua carriera profes­sionale, ha mai avuto a che fare con malati terminali che abbiano espresso il desiderio di morire per terminare le proprie soffe­renze?

Le richieste “eutanasiche “ da parte degli ammalati sono la conse­guenza di una percezione di abban­dono e della preoccupazione di essere un “peso” per la famiglia. Pertanto esse diventano sempre più rare sino ad azzerarsi in presenza di adeguati standard assistenziali che prevedano anche un adeguato supporto per la fa­miglia. Ho avuto la fortuna di fare il medico in contesti in cui l’attenzione verso l’ammalato inteso come per­sona è stata sempre alta, e nei quali si è potuto organizzare, con l’ausilio degli uffici competenti, una continuità di assistenza ospedaliera – domicilia­re, per cui non ho avuto mai richieste concrete e specifiche di tipo eutana­sico. È invece frequente la situazione opposta. La pressione dei familiari, e la paura di incorrere in problematiche di tipo medico legale, possono indurre il medico ad intraprendere trattamen­ti terapeutici futili, sproporzionati, eccessivi, non in grado di apportare reale beneficio all’ammalato.

Poiché in Italia attualmente l’eu­tanasia non è accettabile, quali altre soluzioni si possono pro­porre?

È improprio parlare di alternative all’eutanasia. Chi cura un ammalato ha solo il dovere di fare tutto ciò di cui l’ammalato ha bisogno. Quando “non c’è più nulla da fare”, c’è inve­ce “tanto da fare”. Le cosiddette cure palliative con adeguata terapia del dolore, effettuata da medici adeguata­mente formati, rappresentano la rispo­sta che il Servizio Sanitario deve dare a chi soffre. Il progresso scientifico ha infatti reso disponibili farmaci e tecni­che antalgiche in grado di controllare dolori certamente “insopportabili” in assenza di adeguata terapia. In al­cuni casi la sedazione effettuata con potenti farmaci ipnotici ed antalgici trova ampia giustificazione, anche se da essa dovesse scaturire un anticipo dell’exitus, a patto che ci si trovi di­nanzi ad una progressione inarresta­bile della malattia e quando la fine naturale della vita è prevista in tempi brevi. Tale sedazione “terminale” è cosa ben diversa dalla eutanasia pas­siva: i farmaci vengono utilizzati nelle dosi opportune per ottenere il sollie­vo alla sofferenza, che resta l’unico obiettivo dell’intervento medico. 

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