Pubblicato in: Sab, Giu 13th, 2015

“Il Sindacato non deve sovrapporsi ai modelli della Politica”

A colloquio con Antonio Nicolì, neo Segretario Generale Cisl Lecce, sulle prospettive occupazionali dei giovani salentini.  

“Sarebbe interessante sperimentare lo strumento della ‘Cooperativa di Comunità’ per operare un fattivo incontro fra bisogni sociali e occupazione delle fasce deboli”.  

Nicolì

Antonio Nicolì, 56 anni, dal 18 febbraio 2015 è Segretario Gene­rale della Cisl di Lecce. Cittadino leccese, è stato in passato Segreta­rio della Federazione Italiana Metalmeccanici Fim Cisl Lecce fino al 1986 e componente della Segreteria Regionale della Cisl Puglia fino al 2009, quindi Se­gretario aggiunto della Cisl di Lecce fino all’incarico attuale. L’Ora del Salento ne ha raccolto le interessanti riflessioni in una intervista a cui ha risposto con pronta disponibilità.

Segretario Nicolì, storica­mente il Sindacato si confi­gura come associazione a tutela del lavoro e dei sog­getti che lo rappresentano. Pensa che le “crepe” che da anni ormai rendono fati­scente il sistema economi­co italiano abbiano svilito la forza del vostro ruolo?

Può sembrare strano, ma mentre aumenta la rappresen­tazione di una “istituzione sin­dacato” in difficoltà, per gli effetti della crisi e per le mu­tazioni sociali intervenute, in realtà cresce nel territorio e nei luoghi di lavoro una domanda diffusa di tutela sindacale, per gli stessi effetti della crisi e per le stesse mutazioni sociali in­tervenute. Le nostre strutture sindacali sono spesso l’unico presidio di inclusione e di par­tecipazione per le persone. Se le tornate elettorali nel paese ormai declinano, nell’affluen­za alle urne, sotto la soglia del 50%, le tornate elettorali nei luoghi di lavoro per la rappre­sentanza sindacale rimangono saldamente su soglie percentua­li elevatissime, sopra il 90%. Le organizzazioni sindacali, non solo la Cisl, pur con i loro difet­ti, restano strutture associative sottoposte a continua verifica da parte degli associati e dei lavoratori. Ciò non toglie che anche il sindacato debba pre­disporsi al cambiamento, debba mutare liturgie, debba votarsi alla esclusiva rappresentanza del mondo del lavoro e del so­ciale, non sovrapporsi ai model­li della politica.

I tentativi di risolvere la se­colare “questione meridio­nale” sono stati costanti e tenaci da parte dei nostri Enti Regionali, ma i già lun­ghi processi di risoluzione hanno subito un ulteriore rallentamento per i motivi sopra menzionati, causan­do l’esodo di “masse” di giovani laureati, come ai tempi del “sogno america­no”. Si sarebbe potuto fre­nare in qualche maniera?

Non credo che da parte degli Enti meridionali sia stata perse­guita con tenacia la risoluzione della “questione meridionale”, purtroppo il divario territoriale si è ampliato secondo tutti gli indicatori economici e sociali e la politica da troppi anni ha rimosso la questione dall’agen­da. Di questo semmai i sistemi locali meridionali si sono resi complici e le responsabilità ricadono tutte sulla propria classe dirigente. Questo inter­roga fortemente la politica, ma interroga anche il ruolo delle parti sociali. La crisi ha colpito duramente al Sud e la ripresa, quando sarà, non è detto che venga intercettata da un siste­ma produttivo debole, da tempo manca un’idea di sviluppo ter­ritoriale condivisa e persegui­ta. E senza di essa sarà difficile invertire la tendenza negativa all’esodo da parte dei giovani, anche, e forse soprattutto, di quelli più qualificati.

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Il nostro Salento emerge, in ogni caso, come una sorta di “mezzaluna ferti­le”, perché caratterizzato da personalità brillanti, soprattutto nelle ultime generazioni, le quali sor­prendono per via delle innumerevoli risorse, in termini di caparbietà, cre­atività, genialità. Come il Sindacato si sta impegnan­do nel convogliare le forze e le intelligenze giovanili in nuovi canali di lavoro? La crisi del sistema scola­stico ha determinato l’irre­versibilità in negativo della situazione occupazionale, creando notevoli disagi dai molteplici risvolti, anche morali, tra i nostri giovani. Esistono, nelle menti e nei programmi di un Sindaca­to, dei percorsi alternativi da promuovere a livello re­gionale e che possano re­stituire certezze, oltre che utopiche speranze?

Si, i nostri giovani hanno caratteristiche estremamente positive che non possono essere disperse, pena la condanna ad una subalternità territoriale per un lungo futuro. Altro che bam­boccioni, hanno volontà, com­petenze e disponibilità che quasi mai incontrano un pari livello di opportunità. Il nostro sindacato è impegnato nel difficile cam­po dell’allargamento di questo spazio di opportunità con azioni specifiche di progettazione di at­tività formative e di orientamen­to più direttamente collegate al mondo del lavoro ed adatte ad intercettare quella domanda di lavoro che resta non soddisfatta anche in presenza di livelli così alti di disoccupazione, specie giovanile. In questa direzione ci muoviamo anche all’inter­no del controverso programma denominato “Garanzia Gio­vani”, in cui siamo intervenuti con uno sportello di aiuto per i “neet” ed abbiamo favorito la nascita di reti territoriali per un’azione d’incontro giovane/ azienda (matching). L’impegno del sindacato è poi quello di ri­lanciare nel nostro territorio la vocazione manifatturiera, che sembra affievolita in seguito alle vicende di crisi del sistema industriale locale, e su questo la spinta innovativa e creativa che può venire dalle nuove genera­zioni nel rendere possibile un ri­posizionamento competitivo nei settori tradizionali oltre che nei nuovi bacini occupazionali del turismo, dei servizi alla persona e della tutela dell’ambiente e del territorio, diventa strategico. Vi è infine la necessità, su cui stia­mo lavorando, di un patto ge­nerazionale. Nei giorni scorsi abbiamo lanciato l’idea di una revisione del sistema pensioni­stico che consenta ai lavoratori più anziani di andare in pensio­ne un po’ prima, generando op­portunità di lavoro per i giovani ed arrivando addirittura ad in­centivare una sorta di staffetta generazionale nel lavoro.

La realtà delle Cooperative giovanili, che già nei de­cenni precedenti comincia­va a dare qualche bagliore di risultato, potrebbe esse­re incentivata con un dina­mismo molto più propulsi­vo da parte dei Sindacati presso il Governo Centra­le, in accordo con gli Enti Regionali?

Non so se quella particolare esperienza potrà essere ripe­tibile nella stessa forma, certo concordo che occorra esplorare e favorire misure straordinarie per l’occupazione dei nostri giovani, in uno con nuove forme e modalità di lavoro. Purtroppo nel nostro paese spesso nella nobiltà del sistema cooperati­vistico e dello stesso terzo set­tore si sono innestati e nascosti fenomeni di deviazione delle finalità e di sottosalario. La necessità di uno spazio fra il lavoro subordinato ed il lavoro autonomo, che assuma il signi­ficato di assunzione individuale e collettiva di un progetto di vita e di lavoro, e che si indirizzi a soddisfare bisogni sociali e del territorio che non possono rice­vere risposte seguendo mere lo­giche di mercato, risulta quanto mai attuale ed in linea con un nuovo modello di welfare e di logica economica. In tal senso interessante sarebbe sperimen­tare nelle nostre comunità locali lo strumento della “Coopera­tiva di Comunità”, in grado di operare un fattivo incontro fra bisogni sociali comunitari e oc­cupazione delle fasce deboli nel mercato del lavoro, i giovani fra questi. Sperimentazioni di que­sto genere potrebbero innestarsi sulla esperienza dei Cantieri di cittadinanza e del Lavoro mini­mo di cittadinanza, su cui sono diffusamente impegnati sinda­cati ed enti locali del nostro territorio. Un modello verso cui la riflessione sulle cause della crisi, ancora in atto, dovrebbe spingerci. 

Angela De Venere

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