“Il Sindacato non deve sovrapporsi ai modelli della Politica”
A colloquio con Antonio Nicolì, neo Segretario Generale Cisl Lecce, sulle prospettive occupazionali dei giovani salentini.
“Sarebbe interessante sperimentare lo strumento della ‘Cooperativa di Comunità’ per operare un fattivo incontro fra bisogni sociali e occupazione delle fasce deboli”.
Antonio Nicolì, 56 anni, dal 18 febbraio 2015 è Segretario Generale della Cisl di Lecce. Cittadino leccese, è stato in passato Segretario della Federazione Italiana Metalmeccanici Fim Cisl Lecce fino al 1986 e componente della Segreteria Regionale della Cisl Puglia fino al 2009, quindi Segretario aggiunto della Cisl di Lecce fino all’incarico attuale. L’Ora del Salento ne ha raccolto le interessanti riflessioni in una intervista a cui ha risposto con pronta disponibilità.
Segretario Nicolì, storicamente il Sindacato si configura come associazione a tutela del lavoro e dei soggetti che lo rappresentano. Pensa che le “crepe” che da anni ormai rendono fatiscente il sistema economico italiano abbiano svilito la forza del vostro ruolo?
Può sembrare strano, ma mentre aumenta la rappresentazione di una “istituzione sindacato” in difficoltà, per gli effetti della crisi e per le mutazioni sociali intervenute, in realtà cresce nel territorio e nei luoghi di lavoro una domanda diffusa di tutela sindacale, per gli stessi effetti della crisi e per le stesse mutazioni sociali intervenute. Le nostre strutture sindacali sono spesso l’unico presidio di inclusione e di partecipazione per le persone. Se le tornate elettorali nel paese ormai declinano, nell’affluenza alle urne, sotto la soglia del 50%, le tornate elettorali nei luoghi di lavoro per la rappresentanza sindacale rimangono saldamente su soglie percentuali elevatissime, sopra il 90%. Le organizzazioni sindacali, non solo la Cisl, pur con i loro difetti, restano strutture associative sottoposte a continua verifica da parte degli associati e dei lavoratori. Ciò non toglie che anche il sindacato debba predisporsi al cambiamento, debba mutare liturgie, debba votarsi alla esclusiva rappresentanza del mondo del lavoro e del sociale, non sovrapporsi ai modelli della politica.
I tentativi di risolvere la secolare “questione meridionale” sono stati costanti e tenaci da parte dei nostri Enti Regionali, ma i già lunghi processi di risoluzione hanno subito un ulteriore rallentamento per i motivi sopra menzionati, causando l’esodo di “masse” di giovani laureati, come ai tempi del “sogno americano”. Si sarebbe potuto frenare in qualche maniera?
Non credo che da parte degli Enti meridionali sia stata perseguita con tenacia la risoluzione della “questione meridionale”, purtroppo il divario territoriale si è ampliato secondo tutti gli indicatori economici e sociali e la politica da troppi anni ha rimosso la questione dall’agenda. Di questo semmai i sistemi locali meridionali si sono resi complici e le responsabilità ricadono tutte sulla propria classe dirigente. Questo interroga fortemente la politica, ma interroga anche il ruolo delle parti sociali. La crisi ha colpito duramente al Sud e la ripresa, quando sarà, non è detto che venga intercettata da un sistema produttivo debole, da tempo manca un’idea di sviluppo territoriale condivisa e perseguita. E senza di essa sarà difficile invertire la tendenza negativa all’esodo da parte dei giovani, anche, e forse soprattutto, di quelli più qualificati.
Il nostro Salento emerge, in ogni caso, come una sorta di “mezzaluna fertile”, perché caratterizzato da personalità brillanti, soprattutto nelle ultime generazioni, le quali sorprendono per via delle innumerevoli risorse, in termini di caparbietà, creatività, genialità. Come il Sindacato si sta impegnando nel convogliare le forze e le intelligenze giovanili in nuovi canali di lavoro? La crisi del sistema scolastico ha determinato l’irreversibilità in negativo della situazione occupazionale, creando notevoli disagi dai molteplici risvolti, anche morali, tra i nostri giovani. Esistono, nelle menti e nei programmi di un Sindacato, dei percorsi alternativi da promuovere a livello regionale e che possano restituire certezze, oltre che utopiche speranze?
Si, i nostri giovani hanno caratteristiche estremamente positive che non possono essere disperse, pena la condanna ad una subalternità territoriale per un lungo futuro. Altro che bamboccioni, hanno volontà, competenze e disponibilità che quasi mai incontrano un pari livello di opportunità. Il nostro sindacato è impegnato nel difficile campo dell’allargamento di questo spazio di opportunità con azioni specifiche di progettazione di attività formative e di orientamento più direttamente collegate al mondo del lavoro ed adatte ad intercettare quella domanda di lavoro che resta non soddisfatta anche in presenza di livelli così alti di disoccupazione, specie giovanile. In questa direzione ci muoviamo anche all’interno del controverso programma denominato “Garanzia Giovani”, in cui siamo intervenuti con uno sportello di aiuto per i “neet” ed abbiamo favorito la nascita di reti territoriali per un’azione d’incontro giovane/ azienda (matching). L’impegno del sindacato è poi quello di rilanciare nel nostro territorio la vocazione manifatturiera, che sembra affievolita in seguito alle vicende di crisi del sistema industriale locale, e su questo la spinta innovativa e creativa che può venire dalle nuove generazioni nel rendere possibile un riposizionamento competitivo nei settori tradizionali oltre che nei nuovi bacini occupazionali del turismo, dei servizi alla persona e della tutela dell’ambiente e del territorio, diventa strategico. Vi è infine la necessità, su cui stiamo lavorando, di un patto generazionale. Nei giorni scorsi abbiamo lanciato l’idea di una revisione del sistema pensionistico che consenta ai lavoratori più anziani di andare in pensione un po’ prima, generando opportunità di lavoro per i giovani ed arrivando addirittura ad incentivare una sorta di staffetta generazionale nel lavoro.
La realtà delle Cooperative giovanili, che già nei decenni precedenti cominciava a dare qualche bagliore di risultato, potrebbe essere incentivata con un dinamismo molto più propulsivo da parte dei Sindacati presso il Governo Centrale, in accordo con gli Enti Regionali?
Non so se quella particolare esperienza potrà essere ripetibile nella stessa forma, certo concordo che occorra esplorare e favorire misure straordinarie per l’occupazione dei nostri giovani, in uno con nuove forme e modalità di lavoro. Purtroppo nel nostro paese spesso nella nobiltà del sistema cooperativistico e dello stesso terzo settore si sono innestati e nascosti fenomeni di deviazione delle finalità e di sottosalario. La necessità di uno spazio fra il lavoro subordinato ed il lavoro autonomo, che assuma il significato di assunzione individuale e collettiva di un progetto di vita e di lavoro, e che si indirizzi a soddisfare bisogni sociali e del territorio che non possono ricevere risposte seguendo mere logiche di mercato, risulta quanto mai attuale ed in linea con un nuovo modello di welfare e di logica economica. In tal senso interessante sarebbe sperimentare nelle nostre comunità locali lo strumento della “Cooperativa di Comunità”, in grado di operare un fattivo incontro fra bisogni sociali comunitari e occupazione delle fasce deboli nel mercato del lavoro, i giovani fra questi. Sperimentazioni di questo genere potrebbero innestarsi sulla esperienza dei Cantieri di cittadinanza e del Lavoro minimo di cittadinanza, su cui sono diffusamente impegnati sindacati ed enti locali del nostro territorio. Un modello verso cui la riflessione sulle cause della crisi, ancora in atto, dovrebbe spingerci.
Angela De Venere

















