Pubblicato in: Lun, Ott 1st, 2012

La Chiesa fa vedere chi è Gesù …quando vive ciò che annuncia

E così, anche per questa correzione fraterna, si potrà realizzare quanto affer­ma la costituzione pastorale Gaudium et spes al n. 41: “… Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo”. Per questo, ritengo si debba coltivare una dupli­ce “abilità”; si tratta di imparare a dare e a ricevere. Spesso queste due differenti attitudini non sono considerate decisi­ve, e per questo, nella società come nella Chiesa, si incon­trano persone che non si avvertono parte di un corpo (cf 1Cor 12, 12-14. 27-31a), persone passive che non mostrano un senso di corresponsabilità né sociale né ecclesiale. 

Il reciproco ascoltarsi, alla luce della Parola di Dio, oltre che aiutarci a cogliere i disegni divini (cf Ap 2, 7; Gaudium et spes, n. 4), ci può aiutare a capire che quanto Dio vuo­le o permette nel suo onnipotente Amore ci sollecita a una concreta fraternità. E ognuno è chiamato a dare il suo con­tributo, unico, e al contempo apprezzare e attendere quello altrui. E – cosa da non sottovalutare – insieme, per la pre­ senza dello Spirito di Dio e il reciproco incoraggiamento, si diventa più coraggiosi e quindi capaci di attuare iniziative incisive nell’ambiente e, per l’uso dei media, nell’intera so­cietà umana. Non è forse vero che Gesù stesso l’ha promes­sa fino alla fine del tempo (cf Mt 28, 20)?

E tale Presenza, assicurata per fede, ha bisogno per manifestarsi di essere custodita. Non è scontata e deve essere alimentata. Ecco, allora, l’importanza, proprio per vivere la dottrina cristiana, di una partecipazione attiva e consapevole ai sacramenti e, in senso più ampio, nell’azione liturgica: ambito in cui in­contriamo il Vivente, come singoli e comunità.

Non possiamo avere la passione di Gesù se non impariamo a comportarci come un cuor solo e un’anima.

 Soprattutto in questo “Anno della Fede” saremo chia­mati a mostrare, ciascuno e insieme, che Gesù è la nostra speranza (cf 1Pt 3, 15), con il nostro agire e il nostro dire (cf Mt 5, 16). E tra i “fatti” vorrei evidenziare l’importanza per la comunità cristiana di curare la qualità dei rapporti perso­nali: uno dei segni che manifestano nell’agire della Chiesa il suo mistero; il suo essere segno e strumento di Dio. Non possiamo avere la passione di Gesù se non impariamo a comportarci come un cuor solo e un’anima sola, capaci di condividere i beni spirituali e materiali (cf At 4, 32), perché illuminati sull’essere il corpo di Cristo. Per usare un esem­pio più banale, come una squadra di calcio, degna di questo nome; infatti, per rimanervi bisogna avere obiettivi condi­visi; essere disposti – per questo – a procedere nella medesi­ma direzione, allo stesso passo e aiutandosi all’occorrenza. Così il presbiterio diocesano, come segno per il resto del popolo santo di Dio. Se “Nella Chiesa ognuno è sostegno degli altri e gli altri sono suo sostegno” (San Gregorio Ma­gno, Omelie su Ezechiele, II, I, 5 citato in Giovanni Pa­olo II, Christifideles laici, n. 28), la dottrina sociale della Chiesa riguarda sia i beni spirituali che i beni materiali. E nella misura si condividono i primi si giunge ad avvertire la necessità di condividere gli altri.

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