La violenza delle immagini/Il fascino “perverso” del male
Le foto di undici uomini incappucciati, in ginocchio, destinati alla morte attraverso una esecuzione figlia di un giudizio sommario (accusati di essere spie della parte avversa) circondati da una folla festante, dove tanti bambini guardano ora con occhio semplicemente incuriosito, altri, forse più consapevoli, atterrito, altri ancora, dall’animo più fanciullesco, semplicemente spettatore, ha fatto il giro del mondo. La violenza è la cifra interpretativa di questo primo scorcio di secolo/millennio. Non c’è tema di smentita. Una violenza che viene comunicata e, a nostro modo di vedere, educa ed assuefà alla violenza. Alcuni sostengono che l’uso della crudezza delle immagini dovrebbe creare lo choc emotivo in chi vede, stimolando al pensiero e alla repulsione di tali atti. No, condividiamo la riflessione di Alessandro Alfieri che scrive “L’immagine della violenza, che domina il circuito mediatico del web (siti come Rotten colmi di filmati di incidenti, morti violente, malformazioni fisiche) ma soprattutto la programmazione quotidiana della TV generalista, tra le risse e le urla dei talk show e le oscenità dei reality show, istiga al pari della violenza dell’immagine la nostra reazione fisiologico-percettiva, nonché psicologica (il thanatos, la pulsione di morte), ma non giunge alla stimolazione del pensiero che invece resta anestetizzato, passivo, spento, lasciando totale campo libero (come nella pornografia) alla reazione irriflessiva e meccanica.
Il pensiero non interviene, neanche per comprendere a posteriori che cos’è ad averlo mosso, come sia potuto accadere, perché. È manifestazione di totale subordinazione all’immagine, che a quel punto perde anche le specificità proprie dell’immagine: essa non è più immagine, perché non è lì per qualcos’altro dal mero godimento: “[…] quando un’immagine di violenza non si propone come immagine ma, in qualche modo, come realtà, cioè quando esiste una sorta di comunicazione diretta , immediata del godimento della violenza, essa si annulla anche come immagine”. Siamo di fronte ad una era di nuova barbarie: sulla Torre di Londra venivano inchiodate le teste, i busti, le membra dei condannati a morte e lasciati lì’ a orribile monito. In una società dove la comunicazione era affidata al narrato, dove questo era anche frutto della rielaborazione personale del narrante che ci metteva del suo in termini umani, abbiamo un segno di non elevata civiltà ma corrispondente alle modalità dei tempi. Nella Società della Comunicazione, l’uso estetico della violenza partecipa allo scenario del simulacro: il male diventa efficace per il suo fascino, perdendo la sua funzione di documentazione o di denuncia. Si giunge alla normalizzazione dell’orrore quando il linguaggio pubblicitario e quello della comunicazione degenerano e rinunciano a palesarsi in quanto immagine. Non denunciano cioè il loro essere immagine e pretendono di fare tutt’uno con la realtà confondendosi con essa.
Loredana Di Cuonzo
















