Pubblicato in: Gio, Mag 2nd, 2013

L’agonia delle imprese salentine: chi chiude, chi soffre

IL MANIFESTO DI CONFINDUSTRIA/TERAPIA D’URTO PER LE IMPRESE

SUGGERIMENTI CONTRO LA CRISI 

Qualche mese fa Confin­dustria Lecce ha stilato il “Manifesto delle imprese”, una sorta di vademecum per uscire da una situazione definita di “totale assenza di strategie, immoralità diffusa e generalizzata, imprese e cittadini allo stremo”. Il Pil del Mezzogiorno è diminuito del 6,8% dal 2007 al 2011; l’oc­cupazione ha registrato una varia­zione negativa di 300 mila unità nel Mezzogiorno (-1,5 milioni di unità a livello nazionale) portano la disoccupazione generale al 17% e quella giovanile al 37%; il reddito per abitante (media nazionale) nel 2013 è tornato ai livelli del 1997; la produzione industriale a livello nazionale è caduta di un quarto, con punte superiori al 40% in molte­plici settori; nel Mezzogiorno gli investimenti fissi lordi hanno subito una riduzione dell’11,5% (dal 2007 al 2011) per un valore di 8 miliar­di. Sono solo alcuni dei dati – per gran parte risaputi, ma pur sempre sconcertanti – che emergono dal do­cumento reso noto da Confindustria Lecce. Su tutti, però, a spaventare è una presa di coscienza, un calcolo di cui è facile perdere il conto talmente rapido è l’aggiornamento del bilancio: si tratta delle imprese, quasi mille al giorno, chiuse in Ita­lia nel corso del 2012.

È quanto sta accadendo in Italia, un decorso che nel Manifesto delle imprese, viene tristemente denominato “processo di distruzione della base industria­le”. “Ci raccontano che le strade per bloccare l’incombente desertifica­zione industriale e riprendere a cre­scere sono internazionalizzazione, innovazione, investimenti, risorse umane – si legge nel documento di Confindustria – dimenticano, però, che oggi queste strade sono ridotte a sentieri ormai impraticabili per molte imprese a causa dei tanti nodi irrisolti che penalizzano il nostro Paese: pressione fiscale insostenibi­le su imprese e lavoratori, pubblica Amministrazione inefficiente, nemica, che ostacola l’attività delle imprese con una burocrazia asfis­siante e cronici ritardi nel pagamen­to dei crediti delle imprese, credit crunch che condanna le imprese (anche quelle sane) e ne pregiudica l’esistenza”.

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Impedimenti che il documento definisce “cappi al collo” per le imprese e per l’intero sistema socioeconomico, a cui è necessario contrapporre una ‘straordinaria terapia d’urto’ su base nazionale che, partendo dalla riforma dello Stato, giunga alla riduzione della pressione fiscale su piccole e medie imprese, all’eliminazione progres­siva del costo del lavoro dalla base imponibile Irap e, magari, anche all’utilizzo delle risorse provenienti dalla lotta all’evasione fiscale per abbassare le tasse ad imprenditori e lavoratori.

Il tutto è realizzabi­le solo se si instaura un efficace patto tra imprese ed Istituzioni che porti a rivedere il calcolo di Imu e Tares, superare il patto di stabilità per consentire di sbloc­care le opere pubbliche, pagare i debiti nei confronti delle imprese e ridurre la burocrazia. Ma non è tutto. È necessario anche un patto tra imprese e banche che faciliti il credito e promuova strumenti per la patrimonializzazione delle imprese, un patto tra imprese e sindacati che favorisca lo sviluppo e l’attrazione di investimenti produttivi ed, infine, un patto tra le imprese stesse perché solo attraverso la rete è possibile trovare la via d’uscita alla crisi.

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