Pubblicato in: Mer, Apr 11th, 2012

Lecce Calcio: Per la Squadra un medico di famiglia

Intervista al dott. Peppino Palaia medico sociale dell’U.S. Lecce: “Lo sport e la fede mi hanno fatto superare i momenti più difficili della mia vita”.

Tre foto, tre momenti di vita, un solo ritratto: quello di un uomo leale, altamente professionale, schivo d’ogni ambizione ma, suo malgrado, personaggio d’altri tempi. Come dire: un uomo comune, un uomo sportivo, un uomo medico. Ecco sono proprio queste le tre sfaccettature della vita di Giuseppe PalaiaPeppino per gli amici – raccontate da lui stesso, a cuore aperto, senza mai nascondere la verità. “Tra circa un mese – esordisce- compirò 67 anni. E, quindi, debbo cominciare a tirare le prime conclusioni su ciò che ho fatto finora. E, visti gli attestati di stima che mi  rivolgono gli amici, penso proprio di aver seminato davvero qualcosa di positivo e di importante”.

Sessantasette anni di vita da uomo comune, quasi trentasei da medico sportivo.

“Ho vissuto accanto al Lecce trentacinque anni abbondanti e mi sto avviando verso i trentasei. La situazione societaria del Lecce, al momento, è quella che è. Forse ci saranno nuovi proprietari e nuovi dirigenti e può accadere che vogliano apportare dei cambiamenti. Non esclusa l’assunzione di un nuovo medico sociale. Staremo a vedere cosa accadrà. Certo, ci sono stati alcuni episodi che mi hanno qualificato come medico ed anche come uomo. Tra questi, la rianimazione sul terreno di gioco del giocatore dell’ Udinese Francesco Marino, vittima di uno scontro testa-contro testa con un calciatore del Lecce e, soprattutto, l’aver sospettato, con largo anticipo,un’emorragia cerebrale all’arbitro Guidi di Bologna, salvando ad entrambi la vita. Racconto tutto ciò per dimostrare che, anche su un campo di calcio o in uno spogliatoio,si può fare il medico con la M maiuscola”.

Stimato, apprezzato ma soprattutto amato. Perché?

“Sì, è tutto vero. Amato, stimato e osannato sia come medico che come uomo perché con la squadra, in ospedale o nel mio studio privato ho sempre privilegiato l’aspetto umano a quello professionale. Tuttavia, non sono stato sempre uno “yes man”: quando c’è stato da dire no a certe cose, l’ho detto. E non sempre con il sorriso sulle labbra”.

Il tuo rapporto con la religione com’è stato e com’è?

“E’ vero: ad un certo momento della mia vita mi sono allontanato dalla Chiesa perché ho sempre contestato il modo di approcciarsi con i divorziati. Io, lo sanno tutti, sono un divorziato. Pur allontanandomi dalla Chiesa sono stato sempre un credente, tanto che ho una devozione particolare per il Cuore di Gesù e per Padre Pio, due entità alle quali mi rivolgo in determinati e speciali momenti. Lo sport e la fede mi hanno fatto superare lo stress emotivo derivante dalle mie situazioni oncologiche; situazioni che ho combattuto e vinto, grazie anche all’aiuto dei tanti colleghi che mi hanno assistito. Su tutti Corrado Manca, un collega brillantissimo che mi ha operato con successo ad un tumore del colon”.

Qualche volta preghi?

“Sì, prego. E lo faccio perché ho delle cadenze che rispetto. Tuttavia, prego non solo per non venir meno a queste cadenze, ma perché sento il bisogno di andare al Cimitero tutti i sabato e le domeniche in cui il Lecce gioca in casa. Vado nella mia tomba di famiglia dove c’è sepolta mia madre e dove ho messo una foto di Carlo Pranzo con il quale ho condiviso 28 anni di carriera nel Lecce. Per me Carlo Pranzo è stato come un fratello e visto che non posso andare a trovarlo al Cimitero di Lecce prego per lui nella mia tomba di famiglia. Un solo rimpianto: a Carlo Pranzo si sarebbe dovuto dare qualcosa di più. Personalmente (ma anche ad altri), mi ha dato tanto: non solo come uomo ma anche come professionista”.

Adesso sei un professionista a riposo. O no?

“Non sono affatto un professionista a riposo. E’ vero che, da qualche mese, sono andato in pensione, lasciando il lavoro in Ospedale. Però, qui a Squinzano ci sono due centri di fisioterapia ed io sono il direttore sanitario di tutte e due le strutture. Prossimamente, sempre insieme con i miei figli Antonio ed Enzo, apriremo un altro centro di fisioterapia a Galatina. A Brindisi, invece, abbiamo acquisito l’uso di una piscina terapeutica situata in un grande complesso. E con tutte queste attività non posso proprio dire di essere un medico a riposo”.

Torniamo al calcio ed al Lecce: ora il tuo impegno è cambiato?

“No, nella maniera più assoluta. Come medico, il rapporto è stato e continua anche adesso ad essere costante. Sono stato sempre in prima fila e non per prendermi i meriti ma soprattutto per cercare di caldeggiare alcune situazioni. Non mi è mai piaciuto far cadere colpe sul collega che mi stava accanto. Essendo io il responsabile sanitario, mi sono assunto sempre tutte le responsabilità. Come nel caso – erroneamente definito di doping: infatti si rivelò una specie di barzelletta – relativo all’infiltrazione che feci al giocatore Cottafava durante una gara, nell’intervallo del primo tempo”.

Forse quello in corso potrebbe essere l’ultimo anno di lavoro al fianco dei Semeraro. Qualche rimpianto?

“Cominciamo da questa stagione. E dapprima dell’ingaggio di Di Francesco e della sua equipe: bravissime persone, grandi lavoratori che, però, non hanno avuto fortuna. C’è stato poi l’arrivo di mister Cosmi,  un allenatore di grande spessore e ricco di una forte esperienza. Anche la sua equipe è altamente professionale. Inoltre, sempre riferito a questo campionato, ho potuto conoscere Carlo Osti, un direttore sportivo che ha dei valori umani incredibili ed una grande cultura. Non dico una bugia: stare con lui si finisce  sempre per imparare qualcosa”.

Tanti amici, tanti attestati di stima, anche un libro sulla tua vita (“Corri dottore, corri”). Ci sono state sempre rose e fiori per te?

“Beh, al 90-95 % ho avuto accanto veri amici. E quindi ho ricevuto rose e fiori. Invece, parlando da medico sportivo ho conosciuto più di 30 allenatori. Ovviamente con qualcuno di loro ho avuto un rapporto esclusivamente professionale, con altri umano ed affettuoso. Tra questi, è storia nota a tanta gente, Carletto Mazzone che mi ha considerato e mi considera un fratello. Ma anche con altri tecnici ho stabilito un ottimo rapporto, non ultimo con Serse Cosmi che è il 32° allenatore del Lecce. Purtroppo, con uno solo  di questi 32i allenatori non sono andato d’accordo: si chiama Alberto di nome e Cavasin di cognome. Mi voleva impedire di fare il medico. Ed io mi sono sempre ribellato”.

E’ finita davvero l’era Semeraro?

“Ho captato che Giovanni Semeraro, un grande uomo, una persona eccezionale, ha davvero deciso di lasciare la società. Peccato. Insieme con il compianto Jurlano, il patron Giovanni  ha fatto grande questa squadra, promuovendo un calcio che a Lecce non si era mai visto. Mi auguro soltanto che lasci la società in mano a dirigenti  in grado di far continuare questo sogno di serie A, anche se per poche persone. Sotto l’aspetto delle presenze dei tifosi, infatti,  le cose non stanno andando affatto bene. Un fenomeno che si sta registrando anche in molte altre città italiane a conferma del momento  di depressione  che sta attraversando il nostro calcio. Comunque, poiché si tratta di un’intervista sulla mia persona, non posso non dimenticare un momento di grande emotività : durante la mia malattia la Curva Nord mi dedicò un affettuoso striscione. Un atto d’amore nei miei confronti, in un momento delicatissimo della mia vita. E c’è da aggiungere che lo striscione è stato voluto spontaneamente da tanti tifosi che, forse, al momento del mio ingresso come medico sociale del Lecce, non erano neppure nati.  Quello striscione era e resta uno dei ricordi più belli della mia vita”.

Tanta stima, tanto affetto, tanti riconoscimenti: te li sei meritati davvero?

“Se me li hanno dati, vuol dire che li ho meritati. Gloria del passato, diciamo così. Adesso sono in pensione ed il  prosieguo della mia vita potrei viverlo come nonno già di Martina o di Giuseppe che sta per nascere. Se non sarò più  medico sportivo del Lecce, farò il fisiatra. E, stando così le cose, sembra molto chiaro che, nella mia vita, il riposo non esiste. Non me lo sono concesso prima e credo di non concedermelo in futuro. Non mi è mai “pesato” il lavoro e poiché le ferie non le ho mai rimpiante, credo proprio che continuerò ad essere il Palaia di sempre”.

Sta per nascere un altro Giuseppe Palaia. Sarà un altro medico sociale del Lecce?

“Medico sociale? Non penso. Io sono stato una specie di mosca bianca. Un mio grosso vantaggio è stato quello di aver vissuto in un micro-cosmo, così com’è quello di Squinzano, dove ho avuto tanti amici. Così vivendo, mi sono staccato alquanto da quelle che sono le “patologie” del grande centro abitato. Tutto ciò mi ha consentito di star lontano da quelli che sono i pettegolezzi della grande città e di svolgere in modo asettico il mio ruolo di medico del Lecce senza assorbire, diciamo così, le impurità del vivere in città”.

In famiglia ed anche fuori sei considerato un personaggio d’altri tempi. C’è qualcuno che potrà ricalcare il tuo percorso umano e professionale?

“Non so dare una risposta sicura. Adesso, sto cercando di far diventare medico mia figlia Serena, in modo da poter continuare , insieme con i fratelli, una certa attività medico-sportiva. Giuseppe che deve nascere si chiamerà come me e non so dire cosa potrà fare fra una trentina d’anni. Però, mi dispiacerebbe molto non esserci allora. Difatti, vorrei poter bere un caffè Quarta su questa terra e non un caffè Lavazza in paradiso”.

Grazie dott. Palaia. Corri dottore, corri. Chi ti ama, ti vuol vedere sempre così.

Umberto Verri

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