L’Esperto risponde/Chi sono i giovani adulti del terzo millennio?
Il Fenomeno dell’Adultolescenza. Slittano lavoro e matrimonio.
“I giovani sono il futuro”. Che fine fa questo adagio, condiviso da tutte le società, di fronte al fatto che da più parti si dice che l’adolescenza si allunga e che non finisce più a diciotto, ma addirittura a trentacinque anni?
Vi sono ragioni per credere che questo adagio conservi ancora oggi tutta la sua attualità. Certo, ci troviamo di fronte ad una complessificazione del concetto di adolscenza.
Quali sono i termini di questo cambiamento?
I cambiamenti riguardano soprattutto il suo significato fondamentale: il suo essere un periodo di moratoria sociale. Secondo questa idea l’adolescenza rappresenta un periodo nel quale il soggetto, pur essendo adulto dal punto di vista biologico, non è in grado di assumersi le responsabilità di un adulto a livello sociale. Egli, pertanto (sempre in base a questa idea), deve vivere un periodo di ritiro dalle responsabilità sociali, per formarsi le attitudini che gli consentiranno di esercitarle responsabilmente.
Le cose non stanno così?
Sì e no. In realtà, a complessificarsi è la condizione stessa dell’adolescente. Sicuramente, come dicevamo, il periodo di moratoria sociale si è allungato di molto. I giovani arrivano a costruirsi molto tardi, rispetto ai loro padri, una famiglia e una condizione lavorativa; questo sicuramente amplifica il loro periodo di esclusione dalle responsabilità sociali, anche se questo avviene non per esigenze di formazione, ma per i dinamismi sociali che tutti conosciamo.
In che cosa, allora l’adolescenza di oggi è diversa da quella del passato?
Il fatto è che l’accesso ai ruoli e alle responsabilità sociali non è più mediato dalle esperienze lavorative o dal fatto di avere una famiglia. Esso è, piuttosto affidato all’universo virtuale, ai social network, alle reti diffuse, che sono accessibili a tutti e che garantiscono anche a soggetti in età evolutiva l’esericizio di libertà e autonomie che sono tradizionalmente associate all’universo adulto. Quindi, da un lato (quello delle istituzioni tradizionali), l’adolescenza si è allungata, ma dall’altro lato (quello del mondo di internet e dei social) essa si è incredibilmente accorciata, al punto da sparire. Credo che sia questo il paradosso che grava oggi sull’adolescenza.
Quali compiti pone questo stato di cose?
E allora è necessario rendersi conto che, di fronte a questa situazione quello che ci viene richiesto è di evitare le letture semplificatrici e banalizzanti alle quali siamo abituati. Innanzi tutto si tratta di farsi consapevoli che, probabilmente l’adolescenza non si è allungata, perché i bisogni evolutivi dell’adolescente rimangono sempre quelli: costruirsi l’identità personale. Questo non è cambiato nemmeno ai giorni nostri. Per il resto, si tratta di farsi consapevoli che ciò che cambia sono i criteri in base ai quali si costruisce l’idetità dell’adulto. Essa non è più legata alla famiglia e al lavoro, ma al mondo della solidarietà, degli affetti, del volontariato. A tutto ciò che ruota attorno all’esperienza relazionale. I giovani-adulti, anche se sono senza lavoro e non sono inclini a contrarre il matrimonio, non sono al di fuori dei contesti tipicamente adulti. Essi esercitano le responsabilità sociali attorno ad attività impegnative che hanno a che fare con il sostegno e la solidarietà verso gli spazi del bene pubblico. E magari, per essere continui in questo, accettano anche di adattarsi a situazioni che, dal punto di vista tradizionale, possono apparire precarie. Per cui, più che la riflessione intorno al concetto di adolescenza lunga o adulta, bisognerebbe riflettere su come cambiamo i percorsi di realizzazione dell’adulto.
Risposte a cura di Marco Piccinno

















