L’esperto/La Vitamina D. Protegge il cuore dalle infiammazioni coronariche
Novità nei risultati di uno studio dell’Università di Milano.
Uno studio clinico italiano dell’università Statale di Milano ha evidenziato un nuovo ruolo alla vitamina D che non solo svolge un compito nel migliorare il metabolismo delle ossa ma può promuove un nuovo ruolo per contrastare l’infiammazione del grasso viscerale che circonda il cuore, tipica dei pazienti con patologia coronarica. La ricerca, pubblicata sulla rivista ‘Nutrition, Metabolism & Cardiovascular Diseases’, è stata condotta da un gruppo dell’ateneo milanese in collaborazione con il Policlinico San Donato di Milano, l’università di Ratisbona (Germania) e DiaSorin Spa (Saluggia, Vercelli): il lavoro segnala l’importanza di mantenere livelli ottimali di vitamina D. Laddove invece, rilevano gli scienziati, oltre l’80% dei soggetti con patologia coronarica presenta uno stato carenziale di vitamina D.
Più questi livelli sono bassi,più si osserva un livello di tessuto grasso epicardico il foglietto che avvolge il cuore, ed una riduzione di importanti molecole che regolano l’utilizzazione locale della vitamina e un aumento nei livelli di mediatori pro-infiammatori che sono responsabili del peggioramento della patologia coronarica. Nello studio condotto da Elena Dozio, del Dipartimento di scienze biomediche per la Salute (Scibis) della Statale di Milano, si spiega che solo quei soggetti che presentano uno status ottimale di vitamina D nel sangue preservano la capacità di utilizzare la vitamina a livello del tessuto e riescono a mantenere sotto controllo l’espressione di molte molecole pro-infiammatorie che concorrono alla progressione della patologia coronarica. Per la prima volta si guarda al monitoraggio del livelli di vitamina D e al mantenimento di valori ottimali della stessa come a un importante strumento di prevenzione nell’ambito delle patologie cardiache.
Domenico M. Toraldo
I RICERCATORI DEL CNR/SCOPERTA LA CAUSA DEL PARKINSON GIOVANILE
Tremori, rigidità muscolare e difficoltà a controllare il proprio corpo sono alcuni dei sintomi del Parkinson, malattia che ha un’età media di esordio intorno ai sessant’anni, ma che a volte può manifestarsi anche prima dei quaranta. I ricercatori milanesi dell’Istituto di neuroscienze del Cnr, coordinati da Maria Passafaro, in collaborazione con i colleghi dell’Istituto auxologico italiano, diretti da Jenny Sassone, hanno scoperto che la morte dei neuroni dopaminergici, i quali hanno un ruolo chiave nel controllo dei movimenti, è correlata all’assenza di una proteina chiamata parkina.
Lo studio potrebbe aprire la strada a nuove strategie terapeutiche per rallentare il decorso del Parkinson giovanile. “La causa più frequente della forma giovanile del Parkinson sono le mutazioni in un gene nominato Park2, il quale codifica per la parkina, ossia contiene le istruzioni su come ‘costruire’ la proteina”, spiega Maria Passafaro, “Le mutazioni alterano la trasmissione del glutammato, il neurotrasmettitore amminoacido più diffuso nel sistema centrale nervoso, e possono indurre la morte nei neuroni dopaminergici della sostanza nera, situata nel mesencefalo, tramite un meccanismo molecolare chiamato eccitotossicità”.
Samuele Vincenti

















