L’ultimo ricordo di Don Gino De Filippo sull’Incarnazione
A un anno dalla morte…
Quarant’anni, trascorsi e deicati alla cura di una parrocchia come quella di Cavallino, sono davvero tanti e pieni di difficoltà, di problemi, di impegni, di inquietudini. Ma don Gino De Filippo li ha affrontati, come si dice, “con pugno di ferro e guanto di velluto”, nella consapevolezza che nella vigna del Signore non si può essere disimpegnati, se non si vuole capitare come il servo inutile della parabola dei talenti. Le sue molte attività e opere sono note a tutti, come la realizzazione e la gestione dell’Agape, la “casa dei tossico-dipendenti” (come la chiamano in paese), i restauri, l’acquisto della casa canonica, la collaborazione, attiva e fattiva, con mons. Ruppi, alla realizzazione del nuovo Seminario…
Ma l’aspetto più incisivo della profonda spiritualità di don Gino è la sua devozione alla Madonna. In questo ha avuto un grande maestro nell’altro compianto sacerdote cavallinese, scomparso anch’egli alla fine dello scorso anno, don Giuseppe Baldassarre. Don Gino amava ripetere: “La mia povera mamma mi ha lasciato per andare in cielo, quando ero piccolo, ma ho trovato un’altra Mamma, che mi ha guidato per la tutta la vita, Maria”. Parlando di Lei riusciva a trasmettere con immediatezza ai cuori, anche ai cuori più duri, la bellezza e la dolcezza del “messaggio” d’amore di Maria, la più tenera fra le madri che “la divina Provvidenza ha messo al nostro finaco, perché ci guidi a Gesù, nostra luce e nostra salvezza” (don Gino, Preghiera del mattino 1992).
Alla Madonna don Gino ha affidato tutti noi, alla sua mesericordia, alla sua materna intercessione presso il Figlio: “Preserva dalle cadute i piccoli e libera dalla schiavitù del male i giovani e gli adulti”. Un pensiero particolare era sempre rivolto ai giovani, a quei giovani che egli cercava faticosamente di recuperare, e a Maria, com’è documentato nei seguenti testi tratti dalla Novena alla Madonna del Monte del 1992, chiede di preservarli: “dai pericoli della criminalità, della violenza, della droga”. Un affidamento particolare a Maria è per le famiglie: “Rendi le nostre famiglie piccole chiese domestiche, dove si prega in comune e si coltivano le vocazioni sacerdotali e religiose”. A Maria chiede soprattutto conforto “per gli sfiduciati, i poveri, gli ammalati, i lontani dalle loro case, gli emarginati”. E man mano il suo sguardo si allarga dal paese a tutta la comunità umana e per la sorte di questa chiede la materna protezione di Maria: “Ispira in coloro che governano i principi di giustizia e di uguaglianza, nel rispetto della libertà e dei diritti dell’uomo”. Tradizione e modernità, dunque, impegno civile e rigore morale, spiritualità profonda, carità e solidarietà in un sacerdote illuminato e deciso a guidare gli uomini, nei sentieri della carità e della verità, a Gesù per Maria.
L’abbiamo visto la mattina di Natale dell’anno scorso alla celebrazione della santa messa in paese e al rione San Giorgio. Aveva un aspetto affaticato e stanco, la voce flebile, ma la sua ultima omelia era piena di quell’energia spirituale che lo ha sempre contraddistinto. Il tema dominante è stato “il miracolo del Natale”, intenso come palingenesi dell’uomo rinnovato nell’Amore e nella parola. Poi, con nostalgia, ha parlato della tradizione del Presepe, dell’emozione che sempre provava quando vedeva i bambini intorno alla Grotta. Ha raccomandato che questa magica tradizione francescana fosse mantenuta attraverso la poetica sensibilità dei piccoli. “Pregate per me il Signore” sono state le parole conclusive. Se n’è andato pochi giorni dopo, discreto e silenzioso, così come quarant’anni prima era arrivato. Nel nome del Signore!
Maria Teresa Ingrosso De Giorgi
















