Pubblicato in: Gio, Mar 6th, 2014

Mario Buffa: “Nel peggiore dei delinquenti ho sempre visto un vinto dalla vita”

Da poco più di un mese dal collocamento a riposo dall’Ordine Giudiziario, una lunga intervista all’ex Presidente della Corte d’Appello di Lecce. Uno spaccato di storia del territorio e della lotta alla Scu.

“Ai primi tentativi di contrasto da parte delle istituzioni la Scu reagì sfacciatamente: due ordigni al Palazzo di Giustizia, un’altra bomba alla Questura e alla palestra dove si sarebbe celebrato il maxi processo e infine il terribile attentato al treno Lecce-Stoccarda”. 

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“Il merito della sconfitta della Scu è soprattutto di Cataldo Motta che coraggiosamente ha fatto della lotta alla criminalità lo scopo della sua vita raccogliendo innumerevoli successi”. 

na vita dedicata in­teramente all’eser­cizio della Giustizia quella di Mario Buffa, Presidente della Corte d’Appello sino allo scorso gennaio. Il Presidente si sofferma con i nostri lettori, in questa intervista in due puntate, in una riflessione sul suo cam­mino professionale al servi­zio dello Stato e della Società. Gliene siamo sinceramente gra­ti poiché regala a noi tutti uno spaccato di storia del territorio che è bene conoscere perché si sia tutti meglio attrezzati al fine di fare insieme argine contro il ritorno della “mala bestia”, come potentemente egli stesso definisce la criminalità organiz­zata contro cui ha combattuto, avendo egli amministrato gli importanti processi degli anni ’80 contro la Scu.

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Dal racconto emerge con chiarezza il ritratto di uomo integerrimo, vocato alla professione esercitata con tanta competenza, ma che, al tempo stesso, non ha mai perso la capacità del “vedere umano”, quando afferma “ho sempre vi­sto anche nel peggiore dei de­linquenti un vinto dalla vita, la cui vita sarebbe potuta essere diversa se fosse stata vissuta in circostanze diverse”.

Presidente, un bilancio di questi anni che lo hanno visto alla guida della Corte d’Appello di Lecce.

Quando poco più di un mese fa sono uscito dall’ordine giu­diziario (così la legge definisce per i magistrati il collocamento a riposo ed il contestuale pen­sionamento), avevo compiuto cinquanta anni e tre mesi di ef­fettivo servizio in magistratura, un traguardo che è una sorta di record. Infatti, solo io, e per una serie di favorevoli circo­stanze, ho potuto raggiungere e nessun altro collega finora, ma neppure nei prossimi anni a ve­nire. Di fatto la mia carriera si è sviluppata quasi per intero a Lecce: dopo i primi cinque anni a Catanzaro, mia città d’origi­ne, sono approdato qui.

Come mai Lecce?

Mia moglie, conosciuta durante il periodo di studi uni­versitari a Roma, a Catanzaro non si è mai completamente adattata, dunque ho fatto que­sta scelta. C’è stato solo un breve periodo di circa due anni, ad Ancona dove, nel 2006, ho ricevuto il mio primo incarico di Presidente di Corte di Appel­lo. Sono poi rientrato a Lecce con lo stesso incarico. I primi venti anni mi sono occupato di giustizia civile. Questa per essere meno spettacolare fa meno notizia, non si celebra in pubbliche udienze ma riguarda questioni altrettanto importanti che incidono in modo spesso drammatico: sulla vita delle persone: sul loro patrimonio, sui rapporti di famiglia, sulle loro attività economiche, sui rapporti di lavoro e la tutela di beni essenziali della vita quali la salute; di recente abbiamo visto che il giudice (civile) in­terviene anche quando si tratta di stabilire se e come una per­sona voglia morire. Al penale sono approdato nel 1988 pas­sando per mia scelta, di cui non sto a dire le motivazioni che non sono soltanto personali, noi vecchi come vede avremmo moltissimo da raccontare!, dal tribunale alla Corte di Appello.

Da quel momento la storia giudiziaria di Lecce e della sua provincia passa dalle sue mani…

Di fatto sì, ho trattato in appello – nella sede cioè in cui sostanzialmente si dice l’ulti­ma parola – tutti, dico tutti, i processi che hanno riguardato fatti criminali commessi nelle province di Lecce e di Brin­disi nonché di Taranto fino a quando non vi è stata istituita in tempi recenti una sezione di­staccata.

Lei è davvero la memoria storica di questo territorio!

Se dovessi parlare anche soltanto dei più gravi il mio racconto non si fermerebbe…

Quale è stata per lei l’espe­rienza più significativa?

Significativa ed importante, direi: è stata la celebrazione del maxiprocesso alla Sacra Coro­na Unita. Questa consorteria criminale si costituì nelle carce­ri di Bari: la criminalità loca­le voleva opporre resistenza ai tentativi di colonizzazione della camorra napoletana, la prese però a “modello” mutuandone i rituali e le forme organizzative. Fino a quel momento, fine degli anni ottanta, il Salento era sta­ta una terra tranquilla in cui il fenomeno criminale, legato so­prattutto all’introduzione della droga, aveva in definitiva man­tenuto dimensioni nella nor­ma statistica e nel complesso controllabili.

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Tutto cambiò con l’avvento della Sacra Corona Unita che devo dire colse an­che impreparate le istituzioni. Rapidamente la Scu assunse in modo penetrante il controllo dell’intero territorio, pianificò le estorsioni e le rapine, gestì in esclusiva, imponendo con la forza il suo predominio sulle altre organizzazioni criminali di ben più modesto calibro, il mercato della droga e il con­trabbando dei tabacchi, il gio­co di azzardo e tutte le attività illecite che vi ruotano intorno, riuscì in breve ad insinuarsi in tutti i settori della vita ma non ebbe il tempo per fortuna di pe­netrare nella economia legale e nelle istituzioni, perché, trava­gliata da terribili lotte interne, entrò quasi da subito in crisi e ciò provocò una serie inquie­tante di fatti di sangue perché in quel tempo quasi ogni giorno la cronaca registrava un omici­dio di chiara matrice mafiosa. Ai primi tentativi di contrasto da parte delle istituzioni, la Scu reagì sfacciatamente portando l’attacco diretto alle istituzio­ni stesse: furono collocati due ordigni esplosivi al palazzo di giustizia, il secondo a distanza di sette giorni dal primo quando ancora non si era spenta l’eco delle manifestazioni che vi era­no state di solidarietà e di so­stegno ai giudici; altra bomba alla questura ed alla palestra dove si sarebbe dovuto celebra­re il processo e infine quel fatto terribile dell’attentato al treno Lecce-Stoccarda, un treno con mille e più emigranti di ritor­no nei luoghi di lavoro la notte dell’Epifania, dopo le ferie di Natale trascorse nella terra di origine. Non si verificò una eca­tombe perché il treno partì con due minuti d ritardo e la bomba, collocata sotto un cavalcavia, per aumentane la potenza di­struttiva, esplose in anticipo e ciò consentì al treno in corsa di superare i binari squarciati per fermarsi subito dopo.

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