Matrimoni… Quel “sì” sempre più in crisi
Diritti e Dignità/Nella visione integrale della persona…
RIDEFINIRE IL SIGNIFICATO DELLE NOZZE?
LE RAGIONI DI UN DIBATTITO A TUTTO TONDO
Il referendum irlandese sul matrimonio omosessuale e la recente sentenza della Suprema Corte americana hanno richiamato all’attenzione un processo culturale e giuridico che vede introdurre in sempre più paesi del mondo il matrimonio tra persone omosessuali nel proprio ordinamento, volendo così modificare profondamente l’istituto del matrimonio che partendo dalla legge naturale si è perfezionato con il cristianesimo, che lo ha elevato alla dignità di sacramento. La questione può essere considerata da diverse angolature. Quella più saliente vede collocato il dibattito nell’ambito dei diritti, da quelli universali a quelli sociali e individuali, i quali, all’interno delle democrazie, si configurano sempre più come l’espressione della autodeterminazione del singolo senza più tener conto di diritti prevalenti o consolidati, anzi considerando questi ultimi come posizioni da regime. I diritti si presentano, così, come modalità post-ideologiche di riconoscimento, nel senso che dopo aver perso la loro caratteristica di essere mediatori tra natura, cultura e società, essi si propongono sempre più spesso come veicolo di ideologie che reclamano il proprio riconoscimento sociale e giuridico. Il presupposto di tale approccio è spesso la rinuncia alla ricerca preliminare del fondamento etico-antropologico dei valori etici che dovrebbero sostanziare i diritti, a favore di dinamiche di compromesso e di ‘disincanto del mondo’ (Weber) che rendono ormai delineata una ‘babele dei diritti’, dove ognuno parla la lingua che vuole, fino a trasformare i diritti in una “forza civilizzatrice dell’ipocrisia” (Elster) che spesso comporta la traduzione in termini di diritto/diritti di egoismi individuali, interessi economici, lobbies finanziarie e di potere.I diritti, così, cessano di avere un riferimento alla persona e alla natura umana e alla sua dignità, finendo per assumere una funzione retorica e depotenziata, ossia semplicemente narrativa, a favore di presunti principi di neutralità e di compromesso, che di fatto spostano il rispetto della dignità della persona da un livello intrinseco e sostanziale ad uno soggettivo e funzionale, fino a dar vita ad una proliferazione dei diritti umani secondo un criterio minimalista (Ignatieff).
La negazione della ricerca o della istanza del fondamento dei diritti si basa sulla dicotomia tra bene/diritto/giustizia tipica dell’età moderna a partire dall’illuminismo, per la quale il progresso umano coincide con un’idea generale di emancipazione da ogni forma di determinismo o di dirigismo, a favore di una ipertrofia dell’individuo a scapito della comunità, della coesione sociale e della solidarietà e che, basandosi su un uso ambivalente della cosiddetta legge di Hume della non derivabilità dei giudizi di valore (sia etico sia giuridico) dalle enunciazioni descrittive, permette di rifiutare capziosamente talune concezioni della natura del matrimonio considerate ‘medievali’ a favore di altre ritenute ‘moderne’, adducendo come unico criterio di affermazione la libertà di autodeterminazione e la liberazione da presunti oscurantismi. Pertanto, ciò che si vuole di fatto sostenere non è soltanto un riconoscimento socio-giuridico di alcune istanze, ma nuove forme di universalismo etico-antropologico, che pretendono di sostituirsi alla dignità del matrimonio elevato da Gesù Cristo a sacramento e come tale non suscettibile di modifiche nel tempo o per motivi ideologici. I diritti, infatti, se prescindono da una fondazione etica ed antropologica, avallano una riduzione sociologistica della natura umana, ossia l’idea che l’essere umano sia riconducibile a determinanti sociobiologiche e culturali alle quali soltanto deve rispondere in sede etico-giuridica, dando vita a concezioni meramente tecnico-procedurali di formazione del diritto e degli assetti democratici e non riconoscendo all’uomo una trascendenza che si presenta sul piano della determinazione dei diritti non solo secondo giustizia, ma anche secondo verità, includendo così la dimensione sostanziale dei diritti. Questo dibattito trova in sé, infatti, diverse ragioni eterogenee, di natura scientifica, filosofica e religiosa, che non è possibile qui analizzare dettagliatamente. La Chiesa cattolica, “Madre e Maestra” alla quale è stato affidato il deposito della fede, considera il matrimonio tra uomo e donna un sacramento divinamente istituito e rispondente ad un progetto divino di amore, che non si esaurisce nella soddisfazione di bisogni o di finalità soggettive o sociali, ma che, corrispondendo ad un “ordine della creazione” (CCC, 1603) e ad una sapienza non umana, è strutturato “con leggi proprie” (Gaudium et Spes, n. 48), fino a configurare una vera e propria “chiesa domestica” (Lumen Gentium, n.11), immagine dell’amore sponsale tra Cristo e la Chiesa. La dignità del matrimonio cristiano riposa quindi in una visione integrale della persona la quale, ponendosi al servizio del bene comune inverato dalla Rivelazione, si apre a se stessa, agli altri e a Dio, non per fare la propria volontà ma per dedicarsi al bene della Chiesa e della società.
Luca Cucurachi
















