Michele Mincuzzi, servo di tutti. Schiavo di nessuno
A cent’anni dalla nascita/La Chiesa di Lecce lo ricorda il prossimo 17 giugno in Cattedrale ed in Episcopio.
Nel prendere in esame la figura dell’Arcivescovo Michele Mincuzzi non si può non considerare la scelta di vita impressa nel suo sigillo episcopale “Conosco Te soltanto, o Cristo”. Il Risorto, totale risposta alla totalità delle domande e dei bisogni dell’uomo, assume il primo posto nella sua vita; un uomo, un cristiano, un vescovo afferrato dall’amore di Cristo, innamorato di Cristo. Sull’esempio di Cristo, la sua vita diventa profezia.
Approda nell’antica Chiesa di Lecce dopo una dialettica presenza episcopale nella Chiesa di Bari e dopo una pentecostale presenza nella povertà di un profondo e abbandonato Sud: la Chiesa di Ugento. Un episcopato che affonda le sue radici in una famiglia modestissima, in un continuo contatto con il mondo del lavoro intriso di conflitti e di contraddittorietà. Da qui il suo appello al rinnovamento e il suo impegno a favore degli operai, degli scaricatori del porto, dei minatori, degli agricoltori, della gente anonima e disperata, che lotta con la disoccupazione, la miseria, la fame. Ma c’è un segreto nel suo stile: Mincuzzi è l’uomo che prega ad occhi chiusi, con il cuore aperto, che ama il suo Gesù con l’ardore di Frossard e con i tormenti di Mazzolari. È un azzardo affermare che Michele Mincuzzi sia il “Rosmini delle chiese del Sud”, accantonato da quasi tutte le chiese del Nord?















