Michele Mincuzzi, servo di tutti. Schiavo di nessuno
Ricco di una modestia che traspare dalla sua ferma e indiscussa capacità di ascolto, lo “rivedi” con le mani “sotto le ascelle”, con gli occhi inchiodati in quelli dell’interlocutore, attento, silenzioso, assorto nell’ascoltare l’altro. Ascolta tutti, particolarmente gli ultimi (suo termine preferito); ascolta specialmente “coloro che non hanno voce” (come amava esprimersi). Un profeta, forse restato solo, come Elia nella solitudine del deserto di Giuda; e chi ne ha condiviso le istanze nel suo breve episcopato, alla sua morte, ha visto oscurata la traiettoria di un cammino che solo Mincuzzi aveva abbozzato. Non preferenza di persone ‘servo di tutti e schiavo di nessuno’, né ricerca di grandi né connivenza coi ricchi. Parole spesso di fuoco contro chi del potere faceva un appannaggio, contro chi crocifiggeva le popolazioni del Sud (Cerano, l’esodo di uomini verso altri posti di lavoro).
A caldo, i suoi discorsi avevano il colore dell’utopia, ma, a distanza di anni, è amaro constatare quanto siano risultate vere e coerenti le sue costanti e ripetute affermazioni delle quali, ora, si calcola facilmente la grandezza di valore. “La chiesa del grembiule” di don Tonino Bello (il Samuele di Mincuzzi) ha la sua iridescenza nel comportamento di un uomo, che, uomo tra gli uomini, era capace di “far vedere” Dio. La sua obbedienza alla Legge Canonica della Chiesa, relativa alle dimissioni per sopraggiunti limiti di età, lo ha ricatapultato tra gli operai della sua Bari di periferia, delle fabbriche e del porto. E cosí è morto, ricco di una povertà liberante, sereno per aver tradotto nella sua vita di apostolo la parabola del servo fedele che sa attendere il suo Signore con la lampada accesa della fede di un bambino e col bastone irrorato di un “sacro” sudore apostolico.
Rossano Santoro















