Michele Mincuzzi, servo di tutti. Schiavo di nessuno
EREDI, SPEESO INFEDELI DEL SUO MAGISTERO
Mi piace ricordare mons. Mincuzzi con una scelta che fece quando, appena venuto a Lecce, vide che un rione popolatissimo, la famosa 167 b, non aveva una chiesa. Costruirne una, cosa che comunque fu fatta con i tempi necessari, voleva dire attendere anni. Allora decise di installare, nelle more dei lavori, una tenda molto ampia che svolse la funzione di chiesa. Eppure la sua designazione nel Salento, alla diocesi di Ugento, non aveva destato, all’inizio, particolari attese.
Appena giunto tra noi, cominciò a farsi notare quando prese posizione pubblica nel suo centro a proposito del problema dell’acqua e quando iniziò a costruire un rapporto con il clero, collocandolo su un territorio di frontiera tra il sacro e il sociale. Sicuramente, però, l’episcopato ugentino fu quello che seppe produrre frutti importanti nell’ambito del clero. Cito per tutti il nome di don Tonino Bello, “suo vescovo”, per il quale oggi si avvia la causa di beatificazione. Il parroco don Tonino trovò, con quell’episcopato, lo spazio per la sua cultura sociale e pacifista. E con Mincuzzi fu nominato vescovo di Molfetta.
A Lecce l’incidenza del vescovo che veniva da Bari, fu rilevante nel laicato e in qualche sacerdote. Per i laici, mons. Mincuzzi programmò un’azione di chiamata e di sensibilizzazione delle forze disponibili, senza rompere con i “quadri” che erano stati accanto a mons. Francesco Minerva e senza mai produrre lacerazioni. Egli affido posti di piena visibilità a coloro che sin dall’inizio avevano seguito il suo percorso, se ne erano nutriti, vi avevano arrecato il meglio delle loro intelligenze e del loro entusiasmo giovane. Cito coloro che collaborarono al suo “Rosso di sera”, nuovo titolo che volle per il periodico diocesano “L’ora del Salento”.















