Michele Mincuzzi, servo di tutti. Schiavo di nessuno
Le sue “esternazioni” pubbliche, in occasione di feste e ricorrenze liturgiche, furono un continuo, ma civile, stato d’accusa di una classe salentina di governo talvolta parolaia e poco coraggiosa. Ma le sue intenzioni erano incardinate sul piano etico e non si trasferivano automaticamente sul piano politico. Chi scrive gli fu vicino da Ugento a Lecce, fino al suo “pensionamento” e oltre. Eppure ci fu sempre una tale libertà reciproca di convinzioni da generare una forte polemica sui fogli di un quotidiano locale.
In occasione di alcune elezioni politiche, don Michele riprese una mia nota che giustificava una “partecipazione non collaborativa” verso quella classe politica che sembrava in via di autodissoluzione. Egli, per fare radicalmente chiarezza, dichiarò che comunque avrebbe votato un certo candidato di un certo partito. Io contestai il diritto ad un’indicazione di voto esplicita che veniva da una cattedra morale altissima, ma non deputata a scelte che andavano lasciate alla valutazione dei singoli cittadini, credenti e no. Questa nube sui nostri rapporti svanì di lì a poco, quando egli mi mandò una cartolina dal suo luogo di vacanze. Suo ulteriore merito fu quello di aver avviato all’episcopato sacerdoti come Marcello Semeraro e Donato Negro.
Alla notizia del suo distacco da Lecce, Fulvio de Giorgi, dal punto di vista del progetto e del contenuto, ed io dal punto di vista semplicemente editoriale, in accordo nascosto con la Curia ma non con il presule, pubblicammo in un volume le sue omelie tenute durante le messe crismali del Mercoledì santo. Per titolo mettemmo una sua frase: “Servi di tutti, schiavi di nessuno”. Forse la stessa potrebbe essere epitaffio della sua vita e del suo sacerdozio. Progressivamente abbiamo perduto, noi salentini, sacerdoti e amici che sono passati, arricchendoci di spiritualità, di poesia e di una sana rabbia verso le contraddizioni della nostra terra: Davide Turoldo, Italo Mancini, Tonino Bello, Michele Mincuzzi. Tutti questi nomi e persone rimangono, però, punti fermi di un impegno umano e religioso, nei confronti dei quali ci sentiamo eredi spesso infedeli, talvolta insufficienti. Anche nei confronti del vescovo della chiesa-tenda.
Giovanni Invitto















