Missione/In Madagascar un pezzo della Chiesa di Lecce
Don Fernando Doria e l’esperienza al fianco delle Discepole del Sacro Cuore presenti in quella terra da 25 anni.
Il Madagascar, “La Grande Terre” o “L’Île Hereuse”, così come viene chiamata dai malgasci, tre volte più grande dell’Italia, rappresenta a pieno titolo un pezzo della Chiesa di Lecce, non si può negare. Soprattutto Nosy Be, isoletta costiera, ‘paradiso’ turistico e meta di molti viaggi di nozze, luogo in cui le Suore Discepole del Sacro Cuore di Lecce da ben 25 anni – pioniere furono la prima Madre Generale, Suor Pia De Leo, e Suor Norina Ficco entrambe decedute da poco – operano incondizionatamente, oggi anche con l’apporto di don Fernando Doria. Ma cosa spinge don Fernando a recarsi periodicamente in missione da 9 anni? “La prime volte mi ci sono accostato con lo spirito del turista, poi, ho potuto constatare il degrado, la miseria morale e materiale in cui vivono tante genti africane”. Quindi in Madagascar lo spirito del turista cede spesso il passo a sentimenti ed interessi ben più forti, è il caso delle stesse coppie di sposi che durante la ‘luna di miele’ visitano la missione, spesso salentini e leccesi, avvertono un irrefrenabile desiderio di collaborare anch’essi. “Infatti, non ci si deve meravigliare, anzi essi si prestano gratuitamente nel distribuire beni di prima necessità”.
Ma qual è stata la molla che è scattata nel suo cuore? “Il Madagascar mi è entrato nell’animo quando nel marzo del 2007 in concomitanza con la scomparsa di mia cognata e di mio fratello presi la decisione di consegnare alle suore il ricavato ottenuto al posto dei fiori durante i funerali. Da allora, sollecitato da Madre Giulia, ho iniziato a conoscere meglio la realtà dell’isola, la sua Chiesa ed ho cominciato ad apprendere il francese, gioco forza, soprattutto per poter celebrare le funzioni religiose”. Nel complesso si è instaurato un buon rapporto con il clero e le popolazioni autoctone. E subito puntualizza: “Ho conosciuto svariati sacerdoti ed anche il Vescovo Rosario Vella, sì, siamo in ottimi rapporti e collaboriamo, è sorto subito un feeling particolare che ha dato origine a questi progetti, fuoriusciti dalla mia mente, spinto proprio dalla situazione di bisogno reale, poi, dall’affetto e dall’amicizia che si è creta con tantissime famiglie, soprattutto con i ragazzi che frequentano la scuola di Cocotier, luogo della Missione”. E per quanto concerne le famiglie di altra confessione? Come riuscite a convivere? “Ho avuto l’opportunità di entrare in tante famiglie cristiane, cattoliche, mussulmane, etc. Forse proprio il rapporto con i musulmani mi ha insegnato molto nel senso che ho avuto modo di conoscere un Islam così moderato, affabile, rispettoso dell’altrui fede, professato da persone che sono alla ricerca di Dio e nel contempo capaci di stabilire rapporti umani alquanto significativi con noi cattolici”.
E al momento della preghiera cosa avveniva? “Nulla. Non ci si scandalizzava gli uni degli altri ma al contrario ci si arricchiva. È stato davvero edificante, il mio segno di croce non era per loro motivo di offesa né per me il loro prostrarsi verso la Mecca al momento della preghiera quotidiana”. Siamo agli antipodi rispetto ad altre modulazioni dell’Islam, soprattutto quelle più eccessive. Ma pian piano sorge il desiderio di conoscere la realtà non soltanto dell’isoletta di Nosy Be, dove planano i boeing italiani, ma anche del centro. E con slancio asserisce: “Ad Antananarivo, la Capitale del Madagascar dove c’è la Missione principale opera brillantemente padre Noè uno dei reali fautori della presenza delle suore in Madagascar. Grande interesse anche da parte dell’Arcivescovo mons. Odon Marie Arsène Razanakolona e, da poco, anche del nuovo Nunzio Apostolico, mons. Paolo Gualtieri, nostro conterraneo, che si insedierà il 25 luglio”. Il fatto che sia un salentino per lei deve essere molto confortante… “Non potrei dire il contrario. Infatti, lo stesso giorno della nomina mi ha chiamato dopo aver appreso dalle suore dell’esistenza di un sacerdote leccese che si dedicava un po’ alla Madagascar e si è detto disponibile a qualsiasi iniziativa congiunta”. La situazione è di grande bisogno e la Parrocchia di San Vincenzo de’ Paoli, grazie al suo dinamico parroco, è stata ampiamente sensibilizzata su tutte le necessità per lo meno dell’isoletta di Nosy Be. Non è così? “Sono soprattutto forme di sostegno a distanza, pressappoco una quarantina, ed altre sono in via di sviluppo. C’è chi molto spesso viene assalito da un desiderio irrefrenabile di recarsi a vedere quest’isola e di constatare l’opera delle suore, tanto da contagiare svariate persone. Pertanto, diversi leccesi ed italiani anche solo per averne sentito parlare si recano in Madagascar ove, tra l’altro, vi è l’opportunità di usufruire della foresteria allestita dalle stesse suore sia per visitare l’isola sia per coadiuvarci nelle tante attività di supporto e di sostegno alle popolazioni disagiate”.
Quali sono le attività di cui va più fiero? “Tra le varie attività già poste in essere ed espresse più volte ci tengo a sottolineare il progetto ‘Raccogliete i pezzi avanzati’ realizzato con l’apporto dei Lions di Lecce e si spera che quanto prima presentino un multiservice fra i diversi club per ottenere un pulmino attrezzato alla raccolta e la conservazione del cibo”. Se le fosse chiesto di fare un augurio alle Suore per questa importante tappa del loro cammino? “Sarebbe un augurio vocazionale, perché la Congregazione ormai si può ben dire malgascia e ne gli anni prossimi sarà chiamata a rimodularsi e ridefinirsi sotto lo sguardo del Signore, proprio perché non più solo italiana a livello numerico. Inoltre, essendo la sensibilità malgascia diversa rispetto alla nostra, penso siano chiamate sempre più ad essere come quello scriba del Vangelo che deve estrarre dal suo tesoro cose antiche e cose nuove, non dimenticando le radici ma espandendo i rami verso altre realtà di missione che vanno anche al di là dell’Italia, ad esempio: Polonia, Nicaragua, etc. Auguro loro che in Madagascar possano diventare sempre più ‘suore di strada’, perché c’è una forte necessità di spingersi nelle baracche e nei villaggi per toccare davvero con mano le ferite di chi soffre e la povertà nascosta, azioni che solo esse possono compiere divenendo autenticamente ‘i piedi del Signore’ in mezzo a tante capanne e a tante strade della sofferenza”.



















