Pubblicato in: Sab, Lug 4th, 2015

Missione/In Madagascar un pezzo della Chiesa di Lecce

Don Fernando Doria e l’esperienza al fianco delle Discepole del Sacro Cuore presenti in quella terra da 25 anni. 

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Il Madagascar, “La Grande Terre” o “L’Île Hereuse”, così come viene chiamata dai malgasci, tre volte più grande dell’Italia, rappre­senta a pieno titolo un pezzo della Chiesa di Lecce, non si può negare. Soprattutto Nosy Be, isoletta costiera, ‘paradiso’ turistico e meta di molti viaggi di nozze, luogo in cui le Suore Discepole del Sacro Cuore di Lecce da ben 25 anni – pioniere furono la prima Madre Genera­le, Suor Pia De Leo, e Suor No­rina Ficco entrambe decedute da poco – operano incondizio­natamente, oggi anche con l’ap­porto di don Fernando Doria. Ma cosa spinge don Fernando a recarsi periodicamente in mis­sione da 9 anni? “La prime vol­te mi ci sono accostato con lo spirito del turista, poi, ho potu­to constatare il degrado, la mi­seria morale e materiale in cui vivono tante genti africane”. Quindi in Madagascar lo spirito del turista cede spesso il passo a sentimenti ed interessi ben più forti, è il caso delle stesse coppie di sposi che durante la ‘luna di miele’ visitano la mis­sione, spesso salentini e leccesi, avvertono un irrefrenabile desi­derio di collaborare anch’essi. “Infatti, non ci si deve meravi­gliare, anzi essi si prestano gra­tuitamente nel distribuire beni di prima necessità”.

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Ma qual è stata la molla che è scattata nel suo cuore? “Il Madagascar mi è entrato nell’animo quando nel marzo del 2007 in concomi­tanza con la scomparsa di mia cognata e di mio fratello presi la decisione di consegnare alle suore il ricavato ottenuto al po­sto dei fiori durante i funerali. Da allora, sollecitato da Madre Giulia, ho iniziato a conoscere meglio la realtà dell’isola, la sua Chiesa ed ho cominciato ad apprendere il francese, gioco forza, soprattutto per poter ce­lebrare le funzioni religiose”. Nel complesso si è instaurato un buon rapporto con il clero e le popolazioni autoctone. E subito puntualizza: “Ho co­nosciuto svariati sacerdoti ed anche il Vescovo Rosario Vel­la, sì, siamo in ottimi rapporti e collaboriamo, è sorto subito un feeling particolare che ha dato origine a questi progetti, fuoriusciti dalla mia mente, spinto proprio dalla situazione di bisogno reale, poi, dall’af­fetto e dall’amicizia che si è creta con tantissime famiglie, soprattutto con i ragazzi che frequentano la scuola di Coco­tier, luogo della Missione”. E per quanto concerne le famiglie di altra confessione? Come riuscite a convivere? “Ho avuto l’opportunità di entrare in tante famiglie cristiane, cattoliche, mussulmane, etc. Forse proprio il rapporto con i musulmani mi ha insegnato molto nel senso che ho avuto modo di cono­scere un Islam così moderato, affabile, rispettoso dell’altrui fede, professato da persone che sono alla ricerca di Dio e nel contempo capaci di stabilire rapporti umani alquanto signi­ficativi con noi cattolici”.

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E al momento della preghiera cosa avveniva? “Nulla. Non ci si scandalizzava gli uni degli altri ma al contrario ci si arricchiva. È stato davvero edificante, il mio segno di croce non era per loro motivo di offesa né per me il loro prostrarsi verso la Mecca al momento della preghiera quotidiana”. Siamo agli antipodi rispetto ad altre modulazioni dell’Islam, soprattutto quelle più eccessive. Ma pian piano sorge il desiderio di conoscere la re­altà non soltanto dell’isoletta di Nosy Be, dove planano i boeing italiani, ma anche del centro. E con slancio asserisce: “Ad An­tananarivo, la Capitale del Ma­dagascar dove c’è la Missione principale opera brillantemente padre Noè uno dei reali fautori della presenza delle suore in Madagascar. Grande interesse anche da parte dell’Arcivescovo mons. Odon Marie Arsène Ra­zanakolona e, da poco, anche del nuovo Nunzio Apostolico, mons. Paolo Gualtieri, nostro conterraneo, che si insedierà il 25 luglio”. Il fatto che sia un salentino per lei deve essere molto confortante… “Non po­trei dire il contrario. Infatti, lo stesso giorno della nomina mi ha chiamato dopo aver appreso dalle suore dell’esistenza di un sacerdote leccese che si dedica­va un po’ alla Madagascar e si è detto disponibile a qualsiasi iniziativa congiunta”. La situazione è di grande bi­sogno e la Parrocchia di San Vincenzo de’ Paoli, grazie al suo dinamico parroco, è stata ampiamente sensibilizzata su tutte le necessità per lo meno dell’isoletta di Nosy Be. Non è così? “Sono soprattutto forme di sostegno a distanza, pressappoco una quarantina, ed altre sono in via di sviluppo. C’è chi molto spesso viene assalito da un desiderio irre­frenabile di recarsi a vedere quest’isola e di constatare l’o­pera delle suore, tanto da conta­giare svariate persone. Pertanto, diversi leccesi ed italiani anche solo per averne sentito parlare si recano in Madagascar ove, tra l’altro, vi è l’opportunità di usufruire della foresteria allesti­ta dalle stesse suore sia per vi­sitare l’isola sia per coadiuvarci nelle tante attività di supporto e di sostegno alle popolazioni disagiate”.

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Quali sono le attività di cui va più fiero? “Tra le varie attività già poste in essere ed espresse più volte ci tengo a sot­tolineare il progetto ‘Raccoglie­te i pezzi avanzati’ realizzato con l’apporto dei Lions di Lec­ce e si spera che quanto prima presentino un multiservice fra i diversi club per ottenere un pul­mino attrezzato alla raccolta e la conservazione del cibo”. Se le fosse chiesto di fare un augurio alle Suore per questa importante tappa del loro cammino? “Sa­rebbe un augurio vocazionale, perché la Congregazione ormai si può ben dire malgascia e ne­ gli anni prossimi sarà chiamata a rimodularsi e ridefinirsi sotto lo sguardo del Signore, proprio perché non più solo italiana a li­vello numerico. Inoltre, essendo la sensibilità malgascia diversa rispetto alla nostra, penso siano chiamate sempre più ad essere come quello scriba del Vangelo che deve estrarre dal suo teso­ro cose antiche e cose nuove, non dimenticando le radici ma espandendo i rami verso altre realtà di missione che vanno an­che al di là dell’Italia, ad esem­pio: Polonia, Nicaragua, etc. Auguro loro che in Madagascar possano diventare sempre più ‘suore di strada’, perché c’è una forte necessità di spingersi nelle baracche e nei villaggi per toc­care davvero con mano le ferite di chi soffre e la povertà nasco­sta, azioni che solo esse possono compiere divenendo autentica­mente ‘i piedi del Signore’ in mezzo a tante capanne e a tante strade della sofferenza”. 

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