Pubblicato in: Lun, Gen 5th, 2015

Pastore e Apostolo del Vangelo

L’Annuncio della Parola: Il Carisma del proprio Episcopato.

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Nella figura e missione del vescovo si incontrano il ministero di Pietro: “pasci le mie pecore” e il ministero di Paolo: l’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo. Di più, il duplice ruolo di Pietro e di Paolo manifestano la loro profonda unità e reciprocità proprio nella missione del vescovo. Ciò che colpisce nelle lettere paoline è la linearità della teologia dell’Apostolo derivata direttamente dalla croce di Cristo. Il sacrificio del Cristo, celebrato, ci unisce come membra al suo corpo (1 Cor 6). La sottolineatura della nostra appartenenza a Cristo e dell’amore reciproco che ne segue (1 Cor 12-14) regola il disordine carisma­tico nella comunità: l’autorità carismatica deve strettamente aderire all’autorità apo­stolica. Paolo esige obbedienza solo come “schiavo di Cristo”; egli con gli altri (Cefa, Apollo,…) è al servizio della comunità (1 Cor 3,21). Nelle lettere pastorali si fa menzione della trasmissione del ministero da parte di Paolo ai suoi rappresentanti, che, a loro volta, ricevono l’ordine di “stabilire dei presbiteri in ogni città” (Tito 1,5). Egli impegna tutta la sua forza per ristabilire l’unità, minac­ciata dal sorgere di vari “partiti” (di Pietro, di Apollo, di Paolo, di Cristo), mostra la superiore unità di tutti i ministeri in Cristo (1Cor 1,10-13; 3,4-9). Si rallegra della varietà dei doni che lo Spirito suscita nella comunità. Il ministero può fare qualcosa solo e in quanto “Cristo è forte in voi” (2 Cor 13,13). L’amore di Cri­sto nell’Apostolo è l’amore per il ministero ricevuto. Un ministero non amato non può far niente nella Chiesa. Ma questa caratteristica appartiene anche al ministero apostolico di Pietro. Nel cap. 21 di Giovanni, Gesù domanda a Pietro un amore superiore e gli promette la testimo­nianza del sangue. Questa stessa testimonianza Pietro la richie­de in particolare al suo clero (1 Pt 5,1ss). S. Ambrogio così commenta l’episodio di Gv 21,15-19: “Cristo affidò a Pietro il compito di pascere il suo gregge… perché conobbe l’amore di lui. Chi ama, infatti, fa di buona voglia ciò che gli è comandato; chi teme, lo fa per necessità” (Commento al Salmo 118,13,3).

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Questo è il modello del vescovo che la Chiesa delle origini e la tradizione patristica ci ha trasmesso, da S. Ignazio d’Antiochia: “Uno è il vescovo come una è la carne di Cristo” (Filadelfesi 4), a S. Cipriano: “Il vescovo è nella Chiesa e la Chiesa è nel vescovo” (Lette­ra 69,8), a S. Agostino: “Siamo vostri pastori (pascimus vos), con voi siamo nutriti (pasci­mur vobiscum). Il Signore ci dia la forza di amarvi a tal punto da poter morire per voi o di fatto o con il cuore (aut effectu aut affectu)” (Discorso 1,133,3-5). Il Concilio Vaticano II, nell’ambito dell’eccle­siologia di comunione, ha largamente attinto al modello di vescovo pastore trasmesso dai Pa­dri, che della figura del vescovo hanno sempre privilegiato la dimensione pastorale come la prova più grande di amore che egli può offrire a Cristo. Nel vescovo, i Padri, hanno visto il volto personificato dell’amore comunitario. Paolo VI, grande sostenitore del Concilio, nel 1966 ebbe a dire a un gruppo di vescovi da lui consacrati: “Il carisma proprio dell’episco­pato è la diffusione del Vangelo, un carisma che esalta e che consuma, come una fiamma divorante, il carisma della carità. Parola e grazia e governo, nell’atto del suo mi­sterioso e umano passaggio, da Dio, da Cristo, al suo ministro e dal ministro alle anime, al popolo di Dio: è il carisma del servizio dell’a­more per amore” (L’Osservatore Romano 21-22 marzo 1966). Papa Francesco alla Congregazione dei ve­scovi ha detto: “Al gregge serve trovare spazio nel cuore del Pastore. Se questo non è salda­mente ancorato in sE stesso, in Cristo e nella sua Chiesa, sarà continuamente sballottato dalle onde alla ricerca di effimere compensa­zioni e non offrirà al gregge alcun riparo”. Un grazie, dal profondo del cuore, al pastore della Chiesa di Lecce, l’Arcivescovo mons. Domenico D’Ambrosio, che, con una disar­mante e tenace tensione, spinge se stesso e noi presbiteri a conformarci il più possibile a Cristo buon Pastore.  

Luigi Manca

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