Presenza Monolitica/La Pietra e la Croce si fondono negli Osanna
Situati in tanti Comuni del Salento, ormai diventati semplice colonna votiva.
Mentre Gesù sta per entrare a Gerusalemme, per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione, giunse una grande folla per la festa, e “quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!” (Mc 11,8-10). Quella esclamazione di gioia, nei secoli, si trasformò in un segno, un simbolo per metter insieme, ridurre a unità di significato, come un ponte gettato verso una realtà che non può essere spiegata con le parole della comunicazione e può trasparire soltanto attraverso immagini che contengono più di quanto si possa scorgere a prima vista. Per questo motivo il linguaggio simbolico è il più adatto a esprimere ciò che trascende la ragione umana.
Osanna, Acquarica di Lecce (Le)
E l’“Osanna”, quell’arredo urbano, presenza monolitica, in quanto portatore di significato, è un evento unico e irripetibile, non esterno alla storia, a quella serie di eventi che si potevano facilmente ricordare e che creavano poi lo sfondo, davanti al quale si svolgeva la vita privata, l’avventura umana dei nostri concittadini dei secoli remoti. Pur essendo presenti in diversi nostri comuni, scarsa è la letteratura a proposito degli “Osanna”, così come esigui i contributi bibliografici e documentari. Molto spesso per la sua tipica composizione l’“Osanna” è collegato ai menhir e al problema della Croce, anticamente incisa sui lati della stele e successivamente applicata sulla sua sommità. Un primo studio interpretativo sulla materia lo fornisce lo studioso d’archeologia Pasquale Maggiulli il quale teorizzava che gli antichi cristiani vollero santificare i resti di culti precedenti, confermando la possibilità di coesistenza tra la pietra e la Croce (neanche Carlo Magno era riuscito a distruggere il culto della pietra).
Osanna, Nardò (Le)
Maggiulli era propenso a considerare la Croce e gli antichissimi menhir uguali: “espressione materiale della medesima idea, quella cioè della divina potenza, della eterna fecondazione, della immortalità, della credenza nella futura risurrezione” (P. Maggiulli, I menhir e la Croce, Lecce, 1908); pertanto la Croce sarebbe un rafforzamento di significato inciso all’atto dell’erezione della pietra, tutto ciò in periodo pre-cristiano. Si occupò degli “Osanna” anche il ricercatore e fotografo Giuseppe Palumbo, partendo sempre dai rozzi obelischi eretti fra l’eneolitico e il principio dell’Età del bronzo. Le millenarie pietrefitte, sosteneva, divennero simbolici “Sannà” (gli “Osanna” in dialetto salentino) e verso quelle testimonianze andarono a “convenire i sacerdoti e il popolo, specialmente dopo la celebrazione religiosa della benedizione delle Palme nella domenica che precede la Pasqua di Resurrezione per issare sugli “Osanna” i rami d’olivo benedetta, ai quali si attribuiva il potere di tenere lontani dagli abitanti gli spiriti del male” (G. Palumbo, Pseudo-pietrefitte in Terra d’Otranto e l’evoluzione degli “Osanna” o “Sanna”, Lecce, 1958), rito conservato sino al secolo scorso.
Osanna, Novoli (Le)
Dove non preesistevano antiche stele, si elevarono obelischi coronati dal simbolo dell’Umana Redenzione, dando comunque ai nuovi “Osanna” una forma simile a quella delle preistoriche pietre. Negli ultimi secoli, riferisce sempre Palumbo, “si elevarono “Osanna” in forma più evoluta a modo di colonna vera e propria, con fusto a sezione circolare sormontata da capitello su cui veniva issata la Croce, sollevando il tutto sopra un idoneo basamento, così come appunto oggi li vediamo all’ingresso di molti abitati del tacco del simbolico Stivale”. Antichi “Osanna” sono presenti, tra gli altri centri salentini, a Nardò, Novoli, Acquarica di Lecce, Sternatia, Vernole, Maglie, Zollino, Presicce, Corigliano, Arnesano, Calimera, Copertino, Marittima, Trepuzzi, Veglie, alcuni dei quali con funzione di semplice colonna votiva. Molti di quei simboli di fede e di devozione popolare, meriterebbero una maggiore attenzione e una significativa tutela.
Dino Levante


















