Racconti difficili… Come dare peso alle parole
La Pubblicazione del Centro “Ambarabà”.
Un anemone viola, il cui gambo è costituito da una semplice matita grigia, campeggia sulla copertina della recente pubblicazione curata dal Centro Educativo “Ambarabà”; edizione a stampa realizzata per una sessione speciale del “Veliero Parlante” 2015, di cui il Centro è partner da numerosi anni. Racconti difficili non è solo un libretto di narrazioni personali, ma è fondamentalmente un progetto che vuole “dare peso alle loro parole [dei ragazzi] e conservarle, in un tentativo di prendersene cura” (Luigi Russo, p. 4). Ci si può prendere cura delle parole? Crediamo proprio di sì; soprattutto se queste riescono ad andare dritto al cuore di chi ascolta, ed anche se provengono con spontaneità e naturalezza dal cuore di chi vuole essere amato. Amato non tanto per l’uso corretto della sintassi, ma amato e basta! Gli adolescenti che hanno narrato sono “adolescenti che vi girano intorno. Quelli che non parlano, sono impulsivi, superficiali, senza valori. Da loro, invece, nascono questi racconti. Dal loro mondo cognitivo, emozionale” (Luigi Russo, p. 5). Il ruolo più complesso è quello degli adulti: occorre saper leggere, capire, ascoltare, anche il silenzio e non giudicare per sentito dire.
Attendere è un racconto che comunica i momenti difficili trascorsi a comprendere il mondo esterno, quello fuori da sé, che parla di normalità; perché come scrive Pino Scaccia “tutto ciò che è diverso lo percepiamo come fuori dalla normalità solo perché è più comodo da capire” (p. 12). Sfogliare le pagine di “Racconti difficili” aiuta a capire, a sent-ire, ad amare. Come ha fatto la protagonista di Sulla panchina, con mio padre, storia di un rapporto padre-figlia generatosi dopo undici anni. Una madre, un padre, una figlia e giungere ad una certezza: “la rabbia è calata. Adesso la guardo [la madre] con occhi diversi. Ma adesso, sulla panchina ho anche un padre” (p. 15). Poi c’è un’altra storia, d’amore e di innamoramento (Attendere) che Matteo Signorini commenta così: “accettare le nostre cicatrici, comprenderle, è la chiave per imparare a conoscerci a fondo, per davvero” (p. 20).
Conclude il volumetto la storia: Il treno. Racconto di vita, una vita che merita di essere vissuta sino in fondo… oltre ogni difficoltà. E pensando che il treno della felicità sia già passato ci si ritrova sul binario di una esperienza che invece invita a risalire, perché il treno sta tornando. Al termine della lettura di queste narrazioni sovviene alla mente una delle tante leggende greche, che narrano del significato attribuito al nome dei fiori: Anemone, catturò il cuore di Zefiro (vento di primavera) e di Borea (la tramontana); Chloris (divinità dei fiori) ingelositasi trasformò Anemone in un fiore, destinato a schiudersi sollecitato dalle carezze dei venti. Anche la fresca bellezza di questi racconti si schiude sollecitata dai venti che muovono la vita, a volte spingendo i suoi petali lungo confini sconosciuti… ma sempre più spesso i suoi colori donano luce al creato.
Pietro Manca

















