RIORDINO DELLE PROVINCE/QUALI BENEFICI PER IL CITTADINO?
Dove andranno a finire i dipendenti delle Province che saranno soppresse, come nel caso di Brindisi?
Penso che sia prematuro prefigurare l’esito di questa vicenda e, ancor più, avere già da ora le idee chiare riguardo le scelte operative di ogni specifico settore o la sorte dei vari procedimenti amministrativi (concorsi compresi). Quel che è certo è che sarà necessario pensare ad un grande sistema di ri-allocazione di queste risorse umane. Rimangono però le domande sul come, con quali procedure, con quali logiche di equiparazione di carriere fra loro diverse. È questa una delle ragioni che mi portava a prediligere un ragionamento in termini più organici, capace di oltrepassare l’inadeguata logica della frammentazione territoriale.
Per i più, è impensabile una redistribuzione di “tutti” i dipendenti degli uffici provinciali presso i nuovi Enti di appartenenza. Ma qualora ciò avvenisse, dove sarebbe il risparmio tanto decantato dalla spending review?
Un risparmio in questa direzione si potrebbe avere solo attraverso il licenziamento, ma non è questo il tipo di risparmio previsto nel piano di riordino delle Province varato dal Governo. La legge di cui stiamo parlando punta alla diminuzione delle strutture rappresentative: per ogni Provincia, infatti, oltre agli organi prettamente provinciali, ci sono enti un tempo definiti – usando un termine oramai demodé – enti “paraprovinciali” che vivono in quanto esistela Provincia. Insintesi, l’esistenza stessa della provincia conduce alla nascita di altri enti. Sopprimendo questi enti tante realtà vengono meno, ma non i dipendenti. Non è certo a livello di dipendenti che si può pensare di contribuire ad un risparmio.
A mio parere, tutto il discorso del riordino delle Province è stato impostato male sin dall’inizio. Il punto fondamentale della questione, infatti, non è come ridisegnare il territorio, ma a chi attribuire le diverse funzioni. Se prima non si decide chi farà cosa, non si può capire con quali risorse umane. È questo il punto fondamentale della questione, punto sul quale tuttavia il dibattito politico di questi giorni non accenna ad intervenire.
Quali potrebbero essere le conseguenze, per esempio, nella sfera della sanità che maggiormente preoccupa l’opinione pubblica?
Nella sfera sanitaria il problema è diverso perché un meccanismo di aggregazione si è già verificato negli anni scorsi. Nel Salento siamo passati da ben tredici Usl a due (Lecce1 e Lecce2), fino a giungere ad una, quella di Lecce; ma c’è addirittura chi sostiene l’opportunità di mettere in funzione una Usl super-provinciale. Tuttavia, il problema è relativo quando si tratta di amministrazioni tendenzialmente monosettoriali, cioè che curano un solo interesse pubblico, come nel caso della sanità. Il discorso diventa decisamente più complesso quando parliamo di enti locali classici, quali i Comuni, che tutelano tutti gli interessi pubblici. Lo stesso dicasi per le Province che, pur avendo delle competenze più specifiche, tendono continuamente ad allargarsi; dunque, fino a quando non si definirà una chiara redistribuzione delle competenze, il problema organizzativo persisterà. Il problema del nostro territorio è che si continua a parlare in termini avulsi dal concreto, dando un peso eccessivo a ragioni culturali o, quel che è peggio, ad interessi funzionali che non sono certo quelli della comunità.
Per concludere, quale sarebbe la sua proposta?
Non faccio proposte, mi accontento di quello che si sta delineando e posso solo sperare che, in questa razionalizzazione del disegno provinciale, si comprendano meglio le funzioni delle Province rispetto ai comuni.
A cura di Serena Carbone















