Pubblicato in: Dom, Ott 14th, 2012

RIORDINO DELLE PROVINCE/QUALI BENEFICI PER IL CITTADINO?

Dove andranno a finire i dipendenti delle Province che saranno soppresse, come nel caso di Brindisi?

Penso che sia prematuro prefigurare l’esito di questa vicenda e, ancor più, avere già da ora le idee chiare riguardo le scelte operative di ogni spe­cifico settore o la sorte dei vari procedimenti amministrativi (concorsi compresi). Quel che è certo è che sarà necessario pensare ad un grande sistema di ri-allocazione di queste ri­sorse umane. Rimangono però le domande sul come, con quali procedure, con quali logiche di equiparazione di carriere fra loro diverse. È questa una delle ragioni che mi portava a prediligere un ragionamento in termini più organici, capace di oltrepassare l’inadeguata logi­ca della frammentazione terri­toriale. 

Per i più, è impensabi­le una redistribuzione di “tutti” i dipendenti degli uffici provinciali presso i nuovi Enti di apparte­nenza. Ma qualora ciò av­venisse, dove sarebbe il risparmio tanto decantato dalla spending review?  

Un risparmio in questa di­rezione si potrebbe avere solo attraverso il licenziamento, ma non è questo il tipo di rispar­mio previsto nel piano di rior­dino delle Province varato dal Governo. La legge di cui stia­mo parlando punta alla dimi­nuzione delle strutture rappre­sentative: per ogni Provincia, infatti, oltre agli organi pretta­mente provinciali, ci sono enti un tempo definiti – usando un termine oramai demodé – enti “paraprovinciali” che vivono in quanto esistela Provincia. Insintesi, l’esistenza stessa della provincia conduce alla nasci­ta di altri enti. Sopprimendo questi enti tante realtà vengono meno, ma non i dipendenti. Non è certo a livello di dipendenti che si può pensare di contribu­ire ad un risparmio.

A mio parere, tutto il discorso del riordino delle Province è stato impostato male sin dall’i­nizio. Il punto fondamentale della questione, infatti, non è come ridisegnare il territorio, ma a chi attribuire le diverse funzioni. Se prima non si de­cide chi farà cosa, non si può capire con quali risorse umane. È questo il punto fondamentale della questione, punto sul qua­le tuttavia il dibattito politico di questi giorni non accenna ad intervenire.

Quali potrebbero esse­re le conseguenze, per esempio, nella sfera della sanità che maggiormente preoccupa l’opinione pub­blica?  

Nella sfera sanitaria il problema è diverso perché un meccanismo di aggregazione si è già verificato negli anni scor­si. Nel Salento siamo passati da ben tredici Usl a due (Lec­ce1 e Lecce2), fino a giungere ad una, quella di Lecce; ma c’è addirittura chi sostiene l’op­portunità di mettere in funzio­ne una Usl super-provinciale. Tuttavia, il problema è relati­vo quando si tratta di ammi­nistrazioni tendenzialmente monosettoriali, cioè che cura­no un solo interesse pubblico, come nel caso della sanità. Il discorso diventa decisamente più complesso quando par­liamo di enti locali classici, quali i Comuni, che tutelano tutti gli interessi pubblici. Lo stesso dicasi per le Province che, pur avendo delle compe­tenze più specifiche, tendono continuamente ad allargarsi; dunque, fino a quando non si definirà una chiara redistri­buzione delle competenze, il problema organizzativo per­sisterà. Il problema del nostro territorio è che si continua a parlare in termini avulsi dal concreto, dando un peso ec­cessivo a ragioni culturali o, quel che è peggio, ad interessi funzionali che non sono certo quelli della comunità. 

Per concludere, quale sa­rebbe la sua proposta?  

Non faccio proposte, mi accontento di quello che si sta delineando e posso solo spe­rare che, in questa razionaliz­zazione del disegno provincia­le, si comprendano meglio le funzioni delle Province rispet­to ai comuni.

                                                                                                                                                                                           A cura di Serena Carbone

 

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