SACERDOTI PER IL NOSTRO DIO
L’Omelia per la Messa Crismale 2015…
Sorelle e fratelli,
“Grazia e voi e pace… da Gesù Cristo, il testimone fedele… che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio” (Ap1,4.5)
Con le parole dell’Apocalisse ora risuonate nella nostra Assemblea, vi saluto e vi accolgo in questo tempio santo per vivere la ricchezza del dono che il Signore Gesù, “il testimone fedele, il primogenito dei morti” fa a tutti noi costituendoci in popolo sacerdotale, chiamato ad offrire in sacrificio di soave odore la propria vita santificata dall’immensità di grazia che su di esso riversa il grande e sommo Sacerdote Cristo Gesù. Da folla anonima e da pecore erranti senza pastore, Cristo Gesù ci qualifica e nobilita nella dimensione alta di popolo sacerdotale. Quello che era il glorioso privilegio del popolo eletto, ormai appartiene alla Chiesa, popolo sacerdotale abilitato ad offrire e a celebrare il culto in mezzo alle nazioni. “Ora darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli… Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,5.6). Questo privilegio ormai appartiene alla Chiesa, popolo regale e sacerdotale: Gesù Cristo “ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap 1,6).
Nella Chiesa tutti possiamo adorare, servire Dio e testimoniare per lui davanti a tutti i popoli e invitare tutti i popoli a entrare nella liturgia del culto ‘in spirito e verità’. L’Apostolo Pietro nella sua prima lettera ci presenta l’ideale del nuovo sacerdozio: “Quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio… Siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui” (1Pt 2,5.9). Commentando questi versetti Sant’Ambrogio usa una formula sintetica: “Tutti i figli della Chiesa sono sacerdoti”. Quale culto dobbiamo rendere al Signore? Il Concilio Vaticano II nel decreto sull’apostolato dei laici, Apostolicam actuositatem, sintetizza la dottrina della Chiesa: i laici “vengono consacrati per formare un sacerdozio regale e una nazione santa onde offrire sacrifici spirituali mediante ogni attività e testimoniare dappertutto il Cristo”.
COMUNITÀ MISSIONARIA
Fratelli e sorelle che con noi partecipate al sacrificio eucaristico, sentite forte la vostra missione nel mondo: chiamati a offrire con noi ‘sacrifici spirituali a Dio graditi’ con la vostra vita chiamata a testimoniare e proclamare le grandi opere con le quali con noi edificate l’edificio spirituale, la dimora di Dio con gli uomini. In realtà molto spesso ci lasciamo prendere dalla fuga nella privatizzazione della fede, mortificando la ricchezza del dono ricevuto che è per gli uomini e tra gli uomini. Le nostre comunità che non sanno, talvolta o molte volte, aprirsi alla dimensione missionaria, rendono incerta e triste la liturgia della vita chiamata invece a far trasparire la gioia dell’annunzio e il canto delle opere meravigliose di Dio che ci strappa dalle tenebre e ci porta alla sua luce ammirabile.
Quando ci rintaniamo nelle nostre piccole, a volte demotivate e lamentose realtà, mortifichiamo il canto dei salvati e riduciamo “la moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua” (Ap 7,9) a piccole sacrestie e locali affini che rimuginano, autopiangendosi, sui posti vuoti e sulle assenze, serrando, con caparbia ostinazione, le file ridotte e malnutrite dei pochi sopravvissuti. Siamo mandati e incaricati del culto di Dio in mezzo alle nazioni; “in costante uscita verso le periferie del nostro territorio”, ci ricorda Papa Francesco. La nostra vocazione è alla vita che proclama, come dicevo poc’anzi, le opere meravigliose di Dio. La vita sta morendo: è storia di ogni giorno. I pascoli ubertosi ci sono ma vanno cercati: brucare la stessa erba, battere gli stessi prati, ci dissecca e ischeletrisce. L’usato e il rattoppato vanno contro Colui che fa nuove tutte le cose. Chiamati ad andare, ad uscire per vivere fino in fondo la dimensione sacerdotale della nostra esistenza: incaricati del culto di Dio in mezzo alle nazioni.



















