Pubblicato in: Ven, Mag 22nd, 2015

Storie di uomini… Patrimonio per i giovani

Quattro Racconti/Il ministero di un Sacerdote, l’attività di un Avvocato, la missione di un Medico, le strade di un Tassista. 

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IL SACERDOTE/Don Antonio Pellegrino: “La Regina Apuliae mi ha salvato. La mia Vocazione opera del miracolo di Maria”.

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Quella mattina, i vicoli della cittadina salen­tina di Trepuzzi, inspiegabilmente, avevano assunto i contorni e i colori delle contrade frequentate dai personaggi manzoniani, nientemeno! Ma… la ragione di questa percezione dalle sfumature secentesche non tardò a farsi sentire, o meglio, vedere. Sorprendente! Stesso crocevia, stessa talare… ma non era don Abbondio… deambulante goffo e curvo sul suo breviario, assolu­tamente intento a pregare sì, ma altrettanto accura­to nella “rinuncia” a captare qualsivoglia movimento sospetto intorno a sé… no, ritta nella sua talare, esattamente nel mezzo dell’incrocio che “abbraccia” la chiesa dedicata a San Michele Arcangelo, si stagliava l’esile quanto alta e diritta figura di don Antonio, viso illuminato dalla chioma candida e rivolto in alto, come tra terra e cielo, da guerriero consapevole delle innu­merevoli lotte che la vita riserva. Ottantotto anni di storia, don Antonio Pellegrino. Prete d’altri tempi, per sessantacinque anni ha incarnato in esemplare fedeltà il ministero pastorale. “Mi vuoi seguire?” “Dove, Si­gnore?” “Al Calvario!” “E Tu ci sei?” “Ventiquattro ore su ventiquattro ore Io sono sul Calvario del Mondo!”. Così Gesù, “sollevandomi da dietro la nuca per mezzo di una forza misteriosa e conducendomi in Cappella, dove mi lascia cadere in ginocchio davanti all’altare del Crocifisso”, conferma il cammino vocazionale del giovane seminarista Antonio Pellegrino, risolvendo in una pace interiore assoluta la crisi di quegli anni: “… e se ci sei Tu, Signore, ci vengo anch’io!”. Ma quella gioia immensa, che aveva trionfato sulla paura di rimanere da solo a proseguire, poiché ben dieci compagni ave­vano lasciato il Seminario, si spense nell’aprile 1947, quando il giovane Antonio rischiava di perdere defini­tivamente l’orecchio sinistro già provato da un’otite decennale, a causa di un banale scherzo tra compagni. “Andavo per scrivere a casa e mi cadeva la penna!”, dopo che gli fu comunicato che avrebbe dovuto subire l’intervento per il quale il condotto uditivo sarebbe stato chiuso per sempre. “In quei tempi, coloro che avevano il compito del discernimento vocazionale erano rigorosissimi anche nei riguardi della salute e dell’integrità fisica dell’aspirante al sacerdozio…”. “E tu, con un orecchio, come farai a fare il prete?”, sentenziò perplesso, giorno 27 aprile, il Padre Spi­rituale, mons. Luigi Doria, gettando l’aspirante in un indicibile sconforto. Notti insonni, angoscia, tremore, nell’attesa dell’annuncio più funesto che un seminarista convinto possa sentire: “Figliolo, fai le valigie e parti!”. “Allora”, pensò Antonio, “quello che mi è successo alle ore 17 del 21 dicembre scorso ai piedi del Crocifisso fu un’illusione?”. E ricadde nell’oscurità vocazionale. Stava per iniziare il Mese Mariano, ci si preparava all’8 maggio, ricorrenza nella quale si recita la Supplica alla Madonna di Pompei, “…ed io, dal primo al sette di maggio, cominciai a pregare con la corona del Rosario, affidandomi alla Vergine Santa, Regina Apuliae, perché Lei vegliasse sulla ‘sorte’ della mia vocazione…”.

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Il 7 maggio, alle 14 e 57 minuti, accade un “fatto strano”, “dopo che ormai il mio spirito, una volta attraversa­ta la speranza, si era bloccato in una rassegnazione intrisa di delusione di livore… e il veleno rischiava di consumare le pareti del mio cuore, oltre ai tessuti dell’orecchio… nel colmo di un santo litigio infuocato, il Suo volto, di Vergine e di Madre nello stesso tem­po, si anima, mi sorride…e mi immerge in uno stato di benessere indescrivibile, corporale, spirituale e psichi­co…”. “E chi vuol grazie, o Madre, con il Tuo Rosario in mano, le ottiene!” è la preghiera di Bartolo Longo, che “avremmo recitato il giorno dopo, l’8 maggio”. “Mi hai guarito? Grazie, Madonna!”. Miracolo avvenuto. Certi­ficato dell’otorino, sbalordito, poggiato sulla scrivania del Padre Spirituale. “La Madonna ti ha dato il calcio!”, è costretto ad esclamare mons. Doria, che aveva dato per ‘spacciato’ il seminarista. E questo avvenimento è stato ‘fondativo’ per l’intera vita sacerdotale di don Antonio Pellegrino, ordinato presbitero il 6 agosto 1950, Anno Giubilare… Il Santo Rosario è stato poi lo strumento benefico della sua vita, al punto da avere la corona fra le mani anche di notte…”per dormire in pace”. Nota singolare anche il rapporto confidenziale con l’Angelo Custode, che gli permetteva di superare gli esami affrontati nel corso degli studi teologici, fruttuosi a livello di borsa di studio, necessaria per sostenerli; don Antonio, infatti, aveva origini familiari connotate da uno stile di vita semplice e decoroso, ma sicuramente povero. Appena sacerdote, don Antonio volle ispirare il suo ministero allo stile pastorale di San Giovanni Bosco, tanto da instaurare la festa dedi­cata al Santo piemontese. “Che abbiamo, Reverendo?”, chiese deciso il Commendatore Francesco Guerrieri, presso il quale il novello sacerdote si era avventura­to, addirittura, per richiedere la cessione di un suolo edificabile. Desiderava ardentemente la costruzione di un Oratorio, per l’accoglienza dei giovani, che tanto gli stavano a cuore! Ma… il disegno della Divina Provviden­za, di manzoniana memoria, era tutt’altro… 

 Angela De Venere

APPUNTI LETTERARI/IL DON ABBONDIO MANZONIANO 

… Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezio­ne, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costret­to a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. Ma una classe qualun­que non protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un certo segno: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema particolare. Don Abbondio, assorbito continuamente ne’ pensieri della propria quiete, non si curava di que’ vantaggi, per ottenere i quali facesse bisogno d’adoperarsi molto, o d’arrischiarsi un poco. Il suo sistema consi­steva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare.

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Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequen­tissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si trovava assoluta­mente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all’altro ch’egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch’io mi sarei messo dalla vostra parte. Stando alla larga da’ prepotenti, dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose, corri­spondendo con sommissioni a quelle che venissero da un’intenzione più seria e più meditata, costringendo, a forza d’inchini e di rispetto gioviale, anche i più burberi e sdegnosi, a fargli un sorriso, quando gl’incontrava per la strada, il pover’uomo era riuscito a passare i sessant’anni, senza gran burrasche… (A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap. 1)

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