Pubblicato in: Sab, Ago 31st, 2013

Tante Fedi, un solo Creatore

LA COMUNITÀ EBRAICA…

“PRESTO APPRENDERE TARDI DIMENTICARE”

Tra qualche settimana sarà Rosh HaShanà, il capodanno ebraico, e subito dopo Yom Kippur, il giorno dell’espiazione. In quel periodo il pentimento, l’esame del proprio comportamento, l’as­sunzione di impegni e respon­sabilità per il futuro sono al centro della riflessione di ogni ebreo. Un esame di coscienza che deve essere fatto indivi­dualmente, senza preoccuparsi del comportamento altrui, e collettivamente, pensando a quello che ognuno può dare alla società nel suo complesso. La dimensione individuale e collet­tiva si toccano quando formia­mo una famiglia. La formazio­ne della famiglia è una delle mitzvot della Torah, poiché si tratta di creare una relazione particolare dove l’uomo e la donna sono complemento l’uno dell’altra. Non esistono leggi specifiche riguardo al matrimo­nio, che in ebraico si definisce kiddushim parola che esprime il concetto di santità, ma Maimo­nide lo include tra i 248 precetti positivi secondo quanto scritto nel Deuteronomio 24:1: “Quan­do un uomo prende una donna e la sposa”.

Il matrimonio è un alleanza, brit, stipulata con un’altra persona ed è paragonata a quella tra il Santo Benedetto e Israele come si può leggere in Osea 2:19-20: “Io ti sposerò per sempre, io ti sposerò per la giustizia, l’equità, la grazia e la compassione; io ti sposerò in tutta lealtà e tu saprai che io sono l’Eterno”. Partendo da questa idea, senza che ciò costituisca un sacramento, la famiglia è concepita come un tempio, un luogo di serenità e di scambio, santificato dall’os­servanza delle mitzvot. In questo ambiente i figli potranno essere introdotti e allevati nella tradizione.

famiglia musulmana 2

La parola figli in ebraico si traduce con banim, dalla cui ra­dice deriva il sostantivo bonim i costruttori. I figli permettono la costruzione della comunità e da essi dipende il suo futuro. L’e­ducazione da impartire ai figli deve essere integrale e comple­ta e ha come scopo principale la loro civilizzazione, che implica il comportarsi in modo integro, giusto e onesto. La responsabi­lità che viene insegnata non è solo rispettare la dignità umana, la libertà, l’esigenza di giustizia e di etica, ma proteggere tutto il creato ricordando che Adamo fu posto nel giardino dell’Eden con l’obbligo di “lavorarlo e custodirlo”, come si legge in Genesi 2:15. Ciò ci insegna che l’uomo deve sapere porre un limite allo sfruttamento delle risorse che il pianeta ci dà, ma al tempo stesso svolgere un ruolo attivo. Questa tensione si trova nel ciclo della settimana ebraica dove dopo sei giorni di lavoro è necessario seguirne uno di riposo.

L’esperienza ci ha mostrato che l’uomo, come Adamo, non è ancora sufficientemente responsabile per dominare mo­ralmente il creato ed è troppo facilmente preda del suo istinto di possesso. Alla famiglia incombe l’obbligo primario di educare i figli a vivere come membri della Comunità d’Isra­ele e in armonia con il creato perseguendo l’ideale di fare di essi gli anelli della catena ininterrotta attraverso la quale il patrimonio religioso dalle passate generazioni si trasmetta intatto a quelle avvenire come insegna il precetto Deuterono­mio 6:4-7: “E queste parole che oggi ti comando rimarranno nel tuo cuore; le inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando sei seduto in casa tua, quando cammini per strada, quando sei coricato e quando ti alzi”.

Furio Biagini

Docente di Storia e Cultura Ebraica, Università del Salento

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