TRE MINISTRI DELLA CHIESA NEL SEGNO DI PIETRO E PAOLO
PADRE FRANCESCO SOLAZZO, SACERDOTE PASSIONISTA
“UNA GRANDE RESPONSABILITÀ DA FAR TREMARE VENE E POLSI”
Padre Francesco, quando e in che modo è nata la tua vocazione?
La mia vocazione è nata con me: come ha detto il Signore anche a Geremia: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato” (Ger 1,5). Questo non significa, però, che io abbia sempre saputo a cosa il Signore mi chiamava. È stato un percorso lungo: la vocazione è una scoperta che si fa man mano che si approfondisce la conoscenza di Dio e si intraprende il sentiero dell’obbedienza. Io sentivo pian piano crescere dentro di me questo desiderio di seguirLo più da vicino finché, guidato spiritualmente da diversi sacerdoti, ho scoperto la mia vocazione e mi sono deciso a seguirla, così, dopo la laurea, sono entrato fra i Passionisti.
Come mai hai scelto proprio i Passionisti?
Come ho detto sopra, è il Signore che mi ha scelto: io mi son limitato a obbedire alla sua volontà. Certamente uno dei motivi è perché la Congregazione della Passione l’ho sempre conosciuta fin da bambino, perché a Trepuzzi c’è un convento passionista. Ma il motivo che mi ha spinto a scegliere proprio questa strada l’ho scoperto col tempo. Il Settecento fu il cosiddetto secolo dei lumi, un’epoca in cui si credeva che per mezzo della ragione l’uomo potesse finalmente fare a meno di Dio. E fu proprio in quel secolo che S. Paolo della Croce, nostro fondatore, fu chiamato da Dio a predicare. Oggi, ancor di più che nel Settecento, c’è bisogno della stoltezza della Croce per abbattere le false certezze e i falsi idoli che il mondo contemporaneo si è costruito e che lo rendono schiavo. “Il mondo vive i suoi mali, diceva S. Paolo della Croce, perché vive dimentico della Passione di Gesù”; quindi oggi più che nel passato vi è la necessità di ricordare all’uomo quanto e come egli è l’oggetto del Divino Amore. In fondo, questo è stato anche il mio percorso vocazionale. Ho studiato filosofia all’Università credendo che la ragione potesse aiutare grandemente l’uomo nella sua realizzazione; e questo è certamente vero. Ma alla fine ho anche scoperto che per essere veramente utile la ragione deve essere accompagnata dalla fede in Colui che l’ha creata. Solo con entrambe, come ci ha insegnato S. Giovanni Paolo II, possiamo realmente volare in alto.
Ma c’era proprio bisogno di un altro sacerdote? Oggi il pensiero dominante insegna che l’uomo può scoprire Dio da sé, al massimo con l’aiuto di un maestro.
Nessuno può scoprire Dio da sé e le tante false sette che pullulano nei nostri tempi ne sono una prova. Si può avere una vaga intuizione di Dio, ma se non fosse stato Lui stesso a farsi vicino all’uomo, questi sarebbe rimasto sempre lontano e perduto. Il sacerdozio, dunque, come primo ministero ha questo: di testimoniare che Dio è vicino alla sua creatura e continua ad amarlo. Il sacerdote è l’uomo fra Dio e gli uomini. È il primo che si rivolge a Dio in attesa della sua Grazia che sgorga dal suo Cuore squarciato sulla Croce, affinché dietro di Lui, anche gli altri facciano ugualmente. Rispetto agli uomini è il pastore che li precede e li guida verso il Signore che viene. Rispetto a Gesù è la prima delle pecore che ascoltano la Sua voce e lo seguono. Una responsabilità da far tremare le vene e i polsi e che io non avrei mai intrapreso se non fossi sempre stato confortato dall’esempio dei Santi che Dio, assieme alla croce, dà anche la forza e la grazia necessarie per portarla.
Christian Tarantino
















