Pubblicato in: Sab, Nov 7th, 2015

Tumori: i rischi, i sintomi, i trattamenti

A colloquio con l’Oncologo Giuseppe Serravezza riguardo il cancro al seno di donne e uomini. 

“L’incidenza di malattia elevata per la donna fa passare in secondo piano il fatto che la patologia riguarda anche l’uomo; il rapporto è 1 donna su 8 si ammala di cancro al seno. In Italia, nel 2012, si sono ammalati 400 uomini”. 

Nonostante le con­tinue campagne di prevenzione e la continua ricerca sempre in evoluzione, il cancro resta la patologia più pericolosa dei nostri tempi. Per quanto riguarda il sesso femminile, quello al seno è il tumore più diffuso e colpisce una donna su otto.

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Anche l’uomo, però, può essere colpito dal cancro alle ghiandole mammarie. Con il dottore Giuseppe Ser­ravezza, oncologo e Respon­sabile U.O.C. di Oncologia Medica, scopriamo qualcosa in più su una patologia che sembrerebbe colpire soltanto le donne ma che nell’ultimo anno ha intaccato anche 400 uomini.

Si sente parlare spesso di tumore al seno per le donne e della relativa pre­venzione, ma è vero che il tumore può intaccare anche la mammella ma­schile?

Vero, anche la ghiandola mammaria maschile si può ammalare di cancro. L’inci­denza di malattia elevata per la donna fa passare in secondo piano il fatto che la patologia riguarda anche l’uomo; il rap­porto è 1 donna su 8 si amma­la di cancro al seno, 1 uomo su 500 si ammala di cancro al seno. In Italia, nel 2012, si sono ammalati 400 uomini.

Quanto è diffuso questo fenomeno?

Il tumore al seno maschile rappresenta meno dell’1% di tutti i tumori al seno e lo 0,2% di tutti i tumori che colpiscono le persone. L’incidenza in Ita­lia è in lieve aumento, il ran­ge d’età più colpito è la fascia 60-70 anni con pazienti anche sotto i 45 anni.

La gravità di questo tipo di tumore è la stessa per l’uomo e la donna?

Il tasso di sopravvivenza è pari al 61-65% a 5 anni, che è inferiore a quello per le don­ne, forse per minori o mancati controlli. A parità di stadio di malattia, la prognosi è uguale in entrambi i sessi.

Ci sono metodi di preven­zione per questa forma tu­morale anche per il sesso maschile?

Conoscere i fattori di ri­schio permette una consapevolezza individuale e un’atten­zione maggiore da parte del medico di base, primo inter­locutore sui temi della salute. I fattori di rischio risiedono in variabili quali: familiarità (nel 30% dei casi), l’età (over 60), le esposizioni agli ormoni femminili, la dissociazione tra testosterone ed estrogeni, ano­malie testicolari, la genetica (le mutazioni del gene Brca2, Chepk2, Pten), la sindrome di Klinefelter. Un ruolo supposto, ma ancora tutto da verificare, è dato anche dall’obesità, dal­la ginecomastia (ipersviluppo delle mammelle per assunzio­ne di farmaci o per cibo ad alto contenuto di ormoni fem­minili), dal consumo di alcool, da un pregresso trattamento radiante al torace.

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Quali sono i sintomi con cui ci si accorge di essere affetti da un tumore simi­le?

I sintomi non differiscono da quelli riscontrabili nella donna. Spesso è l’uomo stesso a notare o a sentire un cam­biamento: un nodulo sottopel­le che si avverte sotto la doc­cia, l’aumento di un linfonodo, la retrazione del capezzolo, la secrezione da questo di liquido (tracce di sangue, purulento, biancastro), la differenza nel volume, forma, posizione ri­spetto a prima.

Ci sono soggetti che ri­schiano più di altri?

Come abbiamo già visto, gli uomini che presentano al­terazioni e patologie (disso­ciazione tra testosterone ed estrogeni, mutazioni Brca2, Cheek2, Pten, sindrome di Klinefelter, anomalie testico­lari) sono maggiormente a rischio, oltre all’età che dopo i 60 fa aumentare il rischio di malattia. Un’attenzione va po­sta alle evidenze della ricerca circa il ruolo degli Interfe­renti Endocrini (I.E.), ossia le molecole di sintesi in gra­do di interferire con i sistemi ormonale, immunitario, neu­rologico degli organismi, a qualsiasi età e con particolare azione nelle epoche iniziali dello sviluppo (feto e bam­bino). Tali molecole mimano gli effetti degli estrogeni e si riflettono negativamente sulla salute. Molti prodotti d’uso quotidiano, che oggi hanno conquistato la fetta di consu­matori maschili, contengono gli I.E., ad esempio creme e lozioni per il viso e per il cor­po. Il bioaccumulo e l’effetto a lunga distanza degli I.E. si sommano alle tante esposizio­ni/contaminazioni provenienti dalle matrici biologiche e il rischio di malattia si innalza.

Quante sono le possibi­lità di curarlo definitiva­mente?

Con certezza di diagno­si, i protocolli di cura sono identici a quelli validi per le donne con seno piccolo. Oggi, con più frequenza, non si ricorre alla mastectomia; si esegue l’esame del linfo­nodo sentinella che compor­ta la rimozione di uno dei primi linfonodi ascellari più prossimi al tumore per esa­minare la presenza o meno di cellule tumorali. I trattamenti complementari alla chirurgia sono la chemioterapia, la ra­dioterapia e l’ormonoterapia. La prognosi dipende dalle ca­ratteristiche del tumore (tipo, stadio) e dalla diagnosi, tal­volta a tumore avanzato.

Come funziona il metodo della terapia ormonale per curare questo tipo di cancro?

Il tumore mammario, nella donna come nell’uomo, è un tumore ormonodipendente, in particolare estrogeno-dipendente. Noi utilizziamo moleco­le farmacologiche con attività antiestrogena, perché compe­tono con gli estrogeni circo­lanti sui recettori delle cellule malate, finendo per bloccarne l’attività ed eliminarle. 

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