Un Ministero Luminoso… 50 anni e non sentirli
IL LEGAME CON I SACERDOTI ORDINATI DA LUI
“VÈGETI E RIGOGLIOSI”… UNA PATERNTÀ FECONDA
“Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi, per annunziare quanto è retto il Signore: mia roccia, in lui non c’è ingiustizia” (Sal 91, 15-16). Non credo sia irriverente attribuire le parole del salmo all’arcivescovo mons. Domenico D’Ambrosio che il 19 luglio celebra il giubileo sacerdotale, avendo già lo scorso 5 gennaio festeggiato il 25° di episcopato. È una parola che mi è sgorgata dal cuore in questi giorni pensando ai giovani che dal 2009 sono stati ordinati sacerdoti dall’arcivescovo. È una parola che ho percepito realizzata nel nostro pastore, proprio mentre, insieme con i sacerdoti giovani della diocesi viveva i giorni di formazione e condivisione nell’esperienza itinerante appena conclusa della visita alle chiese della Croazia e della Bosnia ed Erzegovina. Proprio così: le ordinazioni di questi sei anni sono non solo benedizione e provvidenza per la Chiesa di Lecce, ma sono la conferma che a buon diritto il nostro pastore può essere annoverato tra i “giusti” del popolo dell’Alleanza.
Mi sono, allora, cimentato a fare delle domande, quasi a brucia pelo, ai giovani sacerdoti della nostra diocesi. Don Valentin Diac è stato il primo ad essere ordinato dall’Arcivescovo D’Ambrosio. Per la sua ordinazione aveva scelto una pagina del vangelo della misericordia: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’ ” (Lc 17,5). Frase che ha accompagnato la sua vita di giovane in discernimento prima e da sacerdote dopo. Essere servo che porta la Misericordia di Dio. Questo lo lega all’Arcivescovo. Sullo stemma del vescovo, infatti, è scritto: “Misericors et fidelis” (Eb 2, 17). Essere segno della misericordia di Dio nel mondo. Come questa verità ha guidato l’episcopato di mons. D’Ambrosio, allo stesso modo ogni sacerdote non può dimenticare che è segno della misericordia del Padre.
Per don Andrea Zonno è stata come una pietra miliare la parola che il vescovo gli ha consegnato il giorno dell’ordinazione ribadendo che il fondamento su cui si poggia la vita di un sacerdote è l’amicizia e l’intimità con Gesù. In don Mino Arnesano, ordinato il giorno di San Giuseppe, padre di Gesù, risuona forte ancora oggi l’invito che l’angelo rivolge allo sposo di Maria: “Non temere”. L’arcivescovo, con amore di padre, dal primo momento e in quelli particolari che sono seguiti non ha smesso di mostrare il suo essere padre con la sua vicinanza e il suo sostegno. Una paternità sperimentata anche da don Alessandro Mele che ricorda ancora l’emozione del vescovo che gli comunicava la data dell’ordinazione. Un pianto di partecipazione e affetto che resta impresso nel cuore di don Alessandro. Don Alberto Taurino è diventato sacerdote insieme ad altri due giovani. Ricorda il ritiro prima dell’ordinazione. Lo stesso arcivescovo ha voluto pregare insieme agli ordinandi e le parole d’incoraggiamento alla fedeltà del celibato loro consegnate si sono tradotte nella manifestazione del suo profondo affetto nell’abbraccio di pace durante l’ordinazione. Don Mattia Murra sottolinea un’espressione che con tono scherzoso spesso ripete l’arcivescovo: “L’ultima parola è sempre del vescovo”. Può sembrare una frase detta così, in realtà è bella perché quella del vescovo è la parola del successore degli apostoli.
Essa esprime la volontà Dio. È la parola della Chiesa. Questo dona tanta sicurezza a un sacerdote. C’è una scena del momento del rito di ordinazione che è scolpita nella mente di don Riccardo Calabrese: il momento in cui, in ginocchio davanti al vescovo, con le mani nelle sue mani promette rispetto e obbedienza a lui e ai suoi successori. Un segno del legame forte del vescovo con la Chiesa di oggi e di sempre. Don Federico Andriani, ancora fresco di profumo di crisma, ricorda ciò che la mattina precedente l’ordinazione il vescovo gli ha consegnato quasi come programma di vita: l’importanza della fedeltà non è per far contento un vescovo, ma è un modo per non deludere il Signore. Anche in questa testimonianza ritorna un ritornello: al di là delle parole ciò che colpisce del vescovo sono i gesti di attenzione, di partecipazione, di vicinanza che si fanno commozione e abbraccio di pace. Questa umanità che emerge dal cuore di un pastore è ciò che resta nel cuore dei suoi figli generati al ministero. Ed è proprio il profumo dell’umanità unta dalla grazia dell’olio che consacra e che si fa gesto nell’unzione delle mani che don Francesco Morelli, ultimo ordinato lo scorso 29 giugno insieme a padre Francesco Solazzo, porta vivo dentro il respiro dei suoi primi passi di sacerdote.
Stefano Spedicato


















