Verso l’Ordinazione Episcopale…Cuor di Pastore
LA PERSONA AL CENTRO…
L’UNITÀ SACERDOTALE ATTRAVERSO L’UMANA FATICA
MAESTRO E PADRE PER TANTI
Ero ragazzetto di meno di dieci anni, quando mio fratello decise di entrare in Seminario. Qui il primo incontro con lui. Sacerdote giovane, sorridente e accogliente, aveva un unico “difetto”: quello di chiedermi puntualmente, tutte le volte che mi incrociava: “Stefano, perché non vieni a stare con noi in Seminario?”. Non è qui il luogo per raccontare la mia vicenda vocazionale, fatto è che quella domanda, dapprima accolta da me con reticenza, divenne la spinta coraggiosa per decidermi a dare inizio alla mia avventura in Seminario. Per tutti gli otto anni trascorsi da me nel Seminario di Lecce sono stato accompagnato dalla sua presenza. Erano gli anni del Seminario numeroso e il compito del rettore non era così semplice.
Intanto c’era una presenza cospicua di sacerdoti che come educatori, padri spirituali, economi, confessori, erano la fraternità sacerdotale del Seminario. Una fraternità che occorreva costruire, cementare, spronare costantemente. Un primo insegnamento ricevuto sul campo è stato proprio questo: nonostante le diversità, i caratteri, le attitudini differenti, il sacerdote è uomo di Dio che costruisce l’unità vivendo, anche con l’umana fatica, la comunione presbiterale. Poi c’eravamo noi, i ragazzi.
Ho avuto la fortuna di vivere forse un tempo di svolta per la vita del Seminario: non solo perché la nostra generazione ha iniziato a completare a Lecce tutto il ciclo della scuola superiore, ma anche e soprattutto perché si è cominciati a passare da una impostazione (che chiamerò) “tradizionale” del Seminario ad un modello educativo più rispondente ai tempi. Un’educazione che ha permesso a ciascuno di noi ragazzi di mettere fuori le tante potenzialità, abilità, capacità, attitudini nascoste nel profondo, in un’età, come quella dell’adolescenza che si affaccia alla giovinezza, che ha visto crescere gli uomini, le persone adulte che siamo oggi, prima ancora delle professionalità o del ministero presbiterale che viviamo nel tempo presente.
Non posso dimenticare i tanti colloqui personali che erano un costante invito a mettere Gesù al centro della vita e a fondare tutto l’essere e il fare su una spiritualità forte perché vissuta come amicizia con Cristo. Da qui anche la capacità di accogliere il sacrificio e vivere l’obbedienza come atto di amore per Dio.
Questo, dunque, il secondo insegnamento: l’arte dell’educare passa dalla capacità di mettere al centro la persona, non considerandola un numero, ma soggetto unico, irripetibile e speciale perché così amato da Dio. Persona chiamata a realizzarsi rispondendo liberamente e con amore al progetto di felicità che per lei Dio ha pensato. Non nascondo che il mio essere oggi uomo e prete chiamato a diversi livelli a vivere l’arte dell’educare, trovi proprio in questi insegnamenti il motivo ispiratore.
Non posso poi non annotare tra i ricordi le tante “missioni” compiute percorrendo in lungo e in largo le strade della diocesi: era motivo per incontrare le comunità parrocchiali e per portare la nostra testimonianza. A traghettarci in tutti questi spostamenti l’insostituibile Fiat 127 bianca: la macchina di don Fernando. In queste occasioni era palpabile l’ansia missionaria del nostro rettore: lo animava la passione avvolgente nel portare l’annuncio di un Dio che chiama tutti e ciascuno e il fascino che sapeva suscitare nel cuore di chi lo incontrava. Probabilmente, la stessa passione di portare con gioia il vangelo nel mondo ha contagiato tanti di noi.
Negli anni a seguire poi le strade si sono divise: noi, ormai diventati giovani, abbiamo continuato la formazione nel Seminario Maggiore di Molfetta; don Fernando, nel pieno della sua maturità, ha vissuto il suo ministero nelle comunità parrocchiali che gli sono state affidate. Nonostante questo, ha seguito sempre, con discrezione, la nostra crescita. È bello anche annotare che in questi anni nelle tante occasioni durante le quali ci siamo ritrovati come sacerdoti a incontrarci, a programmare, a verificare, a discutere sulle tante realtà della diocesi, don Fernando, pur potendo far valere il suo antico ruolo di nostro educatore, ha sempre avuto nei riguardi di noi sacerdoti giovani la delicatezza e l’umiltà di trattarci alla pari: questa grande umiltà ha rafforzato ancora di più nei nostri pensieri il considerarlo maestro e padre.
Come sarà mons. Filograna da Vescovo… Non so prevedere il futuro, ma memore della storia condivisa, rafforzato da un presente luminoso, sono certo sarà, nella pienezza del sacerdozio, ciò che stato ed è da sempre: “Pastore secondo il cuore di Dio”. Auguri, don Fernando.
Stefano Spedicato
















