Vino Salentino, largo ai giovani
Con molta soddisfazione registriamo che il nostro vino è apprezzato sempre più a livello internazionale: quanto è cresciuto il settore negli ultimi trent’anni?
Sicuramente è cambiato completamente il mercato; per esempio, i rapporti economici e le operazioni commerciali della nostra azienda sono rivolti per il 98% all’estero, mentre prima era soprattutto interessato verso i commercianti italiani. Solo in alcuni Paesi, come Svizzera, Germania e Belgio, dove vivevano emigranti italiani, c’erano delle zone di mercato. Attualmente, migliorando ulteriormente le tecnologie di lavorazione, il nostro vino non è più considerato un pro dotto da taglio e si può produrre con altissima qualità da vitigni autoctoni: negramaro, primitivo, principalmente; si stanno valorizzando pure molto il Susumaniello, l’aleatico, la malvasia…
Si può ritenere questa situazione propizia stabile? Quanti e quali margini di crescita ha il vino?
Innanzi tutto, sottolineo che in Puglia la percentuale di prodotto imbottigliato è molto bassa rispetto al raccolto: occorre, infatti, considerare che il territorio regionale è uno dei primi produttori italiani, ma solo una piccola parte delle uve è poi destinata all’imbottigliamento. Quando tutti i coltivatori si renderanno conto del potenziale che abbiamo, è chiaro che il prodotto migliorerà ulteriormente, anche perché i trend di crescita sono buoni ed in potenza molto favorevoli.
Oltre ai nostri vigneti (negramaro, malvasia, primitivo) quali tipi di piante stanno riscuotendo ottimi risultati sul territorio?
Anche grazie alle università e agli istituti di ricerca, abbiamo la fortuna di avere nella regione un corredo varietale enorme. Una situazione che interessa tutta l’Italia, ma la nostra regione in modo particolare. Tutti conoscono e parlano del negramaro, del primitivo e della malvasia, ma adesso si sta valorizzando particolarmente il bianco D’Alessano e il Susumaniello: sono davvero tante le uve che questi istituzioni scientifiche stanno studiando mettendo a disposizione degli enologi locali preziose indicazioni ed opportunità. Certo, ribadisco che in Puglia qualsiasi tipo di pianta ottiene ottimi risultati, persino le uve internazionali tipo chardonnay, sauvignon e il cabernet; è pure scontato il fatto che è più facile produrre grandi vini da uve internazionali, ma il sogno è quello di produrre tutto da uve autoctone, una fortuna che sarebbe assurda dissipare.
Enologo stimato da sempre per la competenza e professionalità, è stato votato come presidente di Assoenologi di Puglia, Basilicata e Calabria. Un incarico che dimostra la chiara considerazione ottenuta in questi anni e la fiducia di saper valorizzare sempre più l’attività delle tre regioni. Ha qualche progetto, particolare obiettivo, impegnativa strategia per valorizzare nell’immediato i nostri vini?
L’impegno principale è quello di far tornare i giovani all’agricoltura e al vino in particolare, perché c’è molta necessità di ringiovanire ed ammodernare ambienti lavorativi e strutture e c’è proprio bisogno dell’entusiasmo dei ragazzi investendo molto per loro. Poi si ha la voglia di puntare molto sulla rivalutazione dei vitigni autoctoni con la ferma volontà di incrementare la qualità del vino, perché purtroppo, non tanto nel Salento ma soprattutto in Puglia ci sono alcune zone dove si punta più sulla quantità che sulla qualità. Insieme con gli altri responsabili, ci si propone l’obiettivo di lasciare tutta la produzione in Puglia e di imbottigliarla nelle nostre zone, anche perché tutte le zone hanno le loro specifiche peculiarità e caratteristiche. Come non ricordare che per esempio nel Salento produciamo ottimi rossi, nella valle dell’Idria squisiti bianchi…? Attraverso convegni, seminari, dimostrazioni e vari mezzi di informazione, intendiamo valorizzare i nostri vini e ci proponiamo di farlo conoscere ed apprezzare sempre più, soprattutto in posti dove ancora ha poca visibilità.
Servizio a cura di Alessandro Martena
















