Il Trapasso/1658, da Sant’Irene a Sant’Oronzo
Un’operazione voluta in prima persona dal Vescovo Luigi Pappacoda.
Il problema storico del trapasso del protettorato civico e del culto da Sant’Irene a Sant’Oronzo è apparentemente lineare e altrettanto apparentemente indagato da una storiografia non solamente locale. Di origine medievale, più di ambito normanno che bizantino, forse addirittura legato all’esperienza benedettina – si pensi che proprio Rosvita scrisse un dramma dedicato alle Sante vergini Agape, Chionia e Irene – Sant’Irene fino a tutta la prima metà del Seicento è onorata come protettrice di Lecce tanto che la locale Universitas contribuisce alla costruzione di una vastissima chiesa a Lei dedicata affidata ai teatini, costruita in umbilico urbis a pochi passi dalla cattedrale allora ancora conservatasi nella redazione medievale come si può ricavare dalla nota incisione dell’Infantino (1634).
Il 1656 sopraggiunge la peste che sconvolse il Mezzogiorno: Lecce e Terra d’Otranto rimasero immuni dal contagio e questo fu attribuito alla protezione di Sant’Oronzo che fino a quel tempo aveva goduto di un culto assolutamente secondario. Fu, questo trapasso, un’operazione voluta in prima persona dal vescovo Luigi Pappacoda (1639-70) che appena qualche anno dopo il riconoscimento ufficiale del nuovo culto (1658) diede l’inizio alla ricostruzione integrale della cattedrale sulla cui facciata in corrispondenza della piazza fece scolpire la statua di Sant’Oronzo secondo un’iconografia “inventata” proprio in quegli anni.
Lecce, Chiesa di Santa Irene, transetto sinistro
Fu dunque un trapasso veloce e radicale, quasi drammatico e l’antica protettrice civica fu relegata ad un ruolo assolutamente secondario e invocata nelle tempeste di saette. Ma dai Normanni al fatidico 1656 intercorrono eventi e circostanze che attendono ancora una ricostruzione soddisfacente. Come mai il Ferrari, l’autore della Apologia Paradossica, ossia il più importante storico della città del Cinquecento non nomina per niente Sant’Irene? Quale è veramente la portata dello scontro tra gesuiti e teatini (primo decennio del Seicento) sulla “gestione” del patronato civico di Sant’Irene?
Quale significato ha la poderosa biografia della Santa (Historia della vita, morte, miracoli di… S. Irene… patrona di Lecce) scritta dal dotto gesuita A. Beatillo il 1609 e che segna la pace tra i due ordini contendenti? Ma è un fatto che ormai, a Seicento inoltrato, a Sant’Irene spetta soltanto il tributo di una statua, seppure scolpita da Giuseppe Zimbalo, sul timpano del portale posteriore della nuova cattedrale dove l’esterno e l’interno celebrava invece, i fasti del “protovescovo e protomartire” Oronzo. Ma sotto quella statua il Pappacoda fece incidere questa epigrafe: Irene cui viva praeest urbs vivet in aevum (vivrà per sempre la città a cui presiede Sant’Irene).
Mario Cazzato
















