1978-2015/La morte di Aldo Moro… Martirio per la Democrazia
Maria Maglio, lei ha potuto essere a contatto e valutare per tanti anni il “carisma” di Aldo Moro. Ne ha condiviso le scelte ed è stata al suo fianco nelle sue battaglie politiche. Ma cosa può dirci di più rispetto a ciò che abbiamo letto sui giornali e nei libri a proposito del sequestro e del suo assassinio?
Mi sono sempre più convinta che i rapitori fossero sul serio poveri ragazzi manovrati. Ben presto, dopo averlo preso in Via Fani, anche loro compresero che Moro era tutt’altro che l’espressione italiana delle multinazionali americane: era impossibile che dopo poche ore di colloquio con Moro non ci si rendesse conto di chi fosse realmente.
Non erano quindi un’organizzazione solida come facevano credere i media…
Ricordo il nostro spavento nell’apprendere che le Brigate Rosse erano definite dai media, come “la diabolica potenza che sovrastava tutti” e che le forze dell’ordine – come diceva Cossiga, in quel momento Ministro degli Interni – non erano in grado di reagire prontamente e che non esisteva una legislazione all’altezza del fenomeno terroristico. Furono quasi definiti come esseri soprannaturali ma in realtà riuscirono a sequestrare Moro non con un’azione sofisticata ma con un banale tamponamento.
Ma il sequestro o comunque un’azione terroristica contro il Presidente del Consiglio erano nell’aria prima di quel 16 marzo?
C’erano state delle avvisaglie in precedenza e l’ultima volta che sentii Oreste Leonardi (il caposcorta di Moro ndr) mi ricordo che era molto angosciato tanto che aveva intensificato i suoi turni al poligono di tiro e tutte le sere passava dagli uffici di quel reparto che oggi si chiama Digos per cercare di ottenere informazioni nel tentativo di alzare il livello di allerta. L’azione terroristica fu la folle azione di ragazzotti che soltanto dopo abbiamo capito che erano in numero davvero irrilevante. Ma nei 55 giorni la paura era tanta ed era amplifica ta dall’incognita. La domanda che tornava più di frequente a Piazza del Gesù era: “Ma con chi abbiamo a che fare?”.
E i partiti? Qual era la loro posizione?
Da un lato c’era il Pci che sapeva che per qualche riferimento il terrorismo si ispirava ideologicamente ad alcuni pensieri contigui al partito. Ma quando il “povero” Guido Rossa (il sindacalista assassinato negli anni di piombo ndr) fu ucciso dalle Brigate Rosse (sarà la prima vittima di una lunga serie), la Cgil iniziò a mutare atteggiamento ma sino ad allora la condotta era stata un po’ ambigua. Quando poi giunse dalla prigionia la drammatica lettera a Benigno Zaccagnini, segretario della Dc al quale Moro era legato da un profondo affetto, nella quale con parole molto dure il Presidente scrisse che il suo sangue sarebbe ricaduto su tutto il sistema ed avrebbe portato alla fine della Dc e del Pci, cosa che peraltro è avvenuta.
Che cosa avrebbe potuto fare di più la Dc per evitare il tragico epilogo della vicenda?
Ci torturavamo giorno e notte su cosa fosse più giusto fare. Comprendemmo ben presto che Moro aveva capito prima di tutti, come al solito, ciò che avremmo dovuto fare: avremmo dovuto salvarlo se volevamo difendere anche la democrazia del Paese.
Che cosa lo aveva condotto a queste conclusioni?
Probabilmente il fatto che i partiti si stavano talmente scollegando dalla società e che nulla, sul piano politico, poteva più essere incanalato costruttivamente. Ed è quello che poi è successo. Non è un caso se oggi sentiamo parlare continuamente di dittatura o di attentato alla democrazia e alla costituzione. Sono espressioni che oggi ci lasciano alquanto sgomenti.
Una bella differenza con i personaggi che oggi calcano la scena politica italiana…
I politici di oggi non possono dimenticare che le libertà conquistate sono state pagate a caro prezzo: dal fascismo alla guerra civile partigiana, alla guerra contro il terrorismo… È alquanto scioccante. Non si può giocare su temi di una sacralità tale. Vanno trattati con molta serietà e rispetto. Non si possono barattare per stupide polemiche interne e di partito che, peraltro, poggiano sull’incoerenza assoluta perché, se si mettono insieme i giornali dell’ultimo mese si può vedere che quanto dichiarato oggi è l’opposto della settimana prima. È l’incoerenza come normalità, quella che Papa Francesco chiama “il provvisorio assoluto”. Come se la gente si dimenticasse di quanto ascoltato un attimo prima. A maggior ragione, se si teme per la sopravvivenza della democrazia allora occorrerebbe tentare di farsi comprendere e non scadere in una logica contraddittoria.
Per Moro certi valori non erano barattabili con le parole contraddittorie della politica di oggi.
Con Moro non saremmo mai giunti a questo. Egli, dal ’76 al ’78, capì che un sistema poggiato sull’accordo dei capi corrente, che il lassismo interno al partito, che le debolezze del sistema, le burocrazie… non poteva reggere a lungo. I suoi discorsi su questi temi, oggi, sono di una attualità straordinaria. Moro stava pensando al superamento di quel sistema partitico. Non era una riforma che egli ricercava ma una conversione di processi politici e morali. Non a caso, una delle sue affermazioni più significative era questa: “Il governo non può fare niente se la coscienza civile del Paese non cresce”, cioè il problema era sempre quello: far maturare la base popolare nella coscienza.
















