Pubblicato in: Ven, Mag 8th, 2015

1978-2015/La morte di Aldo Moro… Martirio per la Democrazia

Maria Maglio, lei ha potuto es­sere a contatto e valutare per tanti anni il “carisma” di Aldo Moro. Ne ha condiviso le scel­te ed è stata al suo fianco nelle sue battaglie politiche. Ma cosa può dirci di più rispetto a ciò che abbiamo letto sui giornali e nei libri a proposito del seque­stro e del suo assassinio?

Mi sono sempre più convinta che i rapitori fossero sul serio poveri ra­gazzi manovrati. Ben presto, dopo averlo preso in Via Fani, anche loro compresero che Moro era tutt’altro che l’espressione italiana delle multi­nazionali americane: era impossibile che dopo poche ore di colloquio con Moro non ci si rendesse conto di chi fosse realmente.

Non erano quindi un’organizza­zione solida come facevano credere i media…

Ricordo il nostro spavento nell’ap­prendere che le Brigate Rosse erano definite dai media, come “la diabolica potenza che sovrastava tutti” e che le forze dell’ordine – come diceva Cos­siga, in quel momento Ministro degli Interni – non erano in grado di rea­gire prontamente e che non esisteva una legislazione all’altezza del feno­meno terroristico. Furono quasi defi­niti come esseri soprannaturali ma in realtà riuscirono a sequestrare Moro non con un’azione sofisticata ma con un banale tamponamento.

Ma il sequestro o comunque un’azione terroristica contro il Presidente del Consiglio erano nell’aria prima di quel 16 mar­zo?

C’erano state delle avvisaglie in precedenza e l’ultima volta che sen­tii Oreste Leonardi (il caposcorta di Moro ndr) mi ricordo che era molto angosciato tanto che aveva intensi­ficato i suoi turni al poligono di tiro e tutte le sere passava dagli uffici di quel reparto che oggi si chiama Digos per cercare di ottenere informazioni nel tentativo di alzare il livello di al­lerta. L’azione terroristica fu la folle azione di ragazzotti che soltanto dopo abbiamo capito che erano in numero davvero irrilevante. Ma nei 55 giorni la paura era tanta ed era amplifica­ ta dall’incognita. La domanda che tornava più di frequente a Piazza del Gesù era: “Ma con chi abbiamo a che fare?”.

E i partiti? Qual era la loro posi­zione?

Da un lato c’era il Pci che sapeva che per qualche riferimento il terro­rismo si ispirava ideologicamente ad alcuni pensieri contigui al partito. Ma quando il “povero” Guido Rossa (il sindacalista assassinato negli anni di piombo ndr) fu ucciso dalle Brigate Rosse (sarà la prima vittima di una lunga serie), la Cgil iniziò a mutare atteggiamento ma sino ad allora la condotta era stata un po’ ambigua. Quando poi giunse dalla prigionia la drammatica lettera a Benigno Zac­cagnini, segretario della Dc al quale Moro era legato da un profondo affet­to, nella quale con parole molto dure il Presidente scrisse che il suo sangue sarebbe ricaduto su tutto il sistema ed avrebbe portato alla fine della Dc e del Pci, cosa che peraltro è avvenuta.

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Che cosa avrebbe potuto fare di più la Dc per evitare il tragico epilogo della vicenda?

Ci torturavamo giorno e notte su cosa fosse più giusto fare. Compren­demmo ben presto che Moro aveva ca­pito prima di tutti, come al solito, ciò che avremmo dovuto fare: avremmo dovuto salvarlo se volevamo difende­re anche la democrazia del Paese.

Che cosa lo aveva condotto a queste conclusioni?

Probabilmente il fatto che i partiti si stavano talmente scollegando dalla società e che nulla, sul piano politico, poteva più essere incanalato costrut­tivamente. Ed è quello che poi è suc­cesso. Non è un caso se oggi sentiamo parlare continuamente di dittatura o di attentato alla democrazia e alla co­stituzione. Sono espressioni che oggi ci lasciano alquanto sgomenti.

Una bella differenza con i perso­naggi che oggi calcano la scena politica italiana…

I politici di oggi non possono di­menticare che le libertà conquistate sono state pagate a caro prezzo: dal fascismo alla guerra civile partigia­na, alla guerra contro il terrorismo… È alquanto scioccante. Non si può giocare su temi di una sacralità tale. Vanno trattati con molta serietà e ri­spetto. Non si possono barattare per stupide polemiche interne e di partito che, peraltro, poggiano sull’incoe­renza assoluta perché, se si mettono insieme i giornali dell’ultimo mese si può vedere che quanto dichiarato oggi è l’opposto della settimana prima. È l’incoerenza come normalità, quella che Papa Francesco chiama “il prov­visorio assoluto”. Come se la gente si dimenticasse di quanto ascoltato un attimo prima. A maggior ragione, se si teme per la sopravvivenza della de­mocrazia allora occorrerebbe tentare di farsi comprendere e non scadere in una logica contraddittoria.

Per Moro certi valori non erano barattabili con le parole con­traddittorie della politica di oggi.

Con Moro non saremmo mai giun­ti a questo. Egli, dal ’76 al ’78, capì che un sistema poggiato sull’accor­do dei capi corrente, che il lassismo interno al partito, che le debolezze del sistema, le burocrazie… non pote­va reggere a lungo. I suoi discorsi su questi temi, oggi, sono di una attualità straordinaria. Moro stava pensando al superamento di quel sistema partitico. Non era una riforma che egli ricer­cava ma una conversione di processi politici e morali. Non a caso, una delle sue affermazioni più significative era questa: “Il governo non può fare nien­te se la coscienza civile del Paese non cresce”, cioè il problema era sempre quello: far maturare la base popolare nella coscienza.

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